C’è una persona che conosco. Fa l’elettricista. Lavora dieci ore al giorno, forma un ragazzo, paga i contributi, porta a casa uno stipendio che spesso non supera quello di un impiegato pubblico. È una persona seria, competente, che ha costruito qualcosa con le sue mani.
Non si sente rappresentato dalla sinistra.
Non perché la sinistra lo abbia attaccato. Non perché ci sia stato un conflitto. Ma perché quando la sinistra parla di lavoro, lui non si riconosce. Quando la sinistra parla di lavoratori, lui non c’è. Esiste, al massimo, come destinatario di agevolazioni fiscali o, nel peggiore dei casi, come sospetto evasore.
Questa distanza mi ossessiona da anni. E ho deciso di provarla a nominare.
Ho scritto un testo. Si chiama Una questione aperta e lo trovate in fondo a questo post.
Lo scrivo come iscritto al Partito Democratico, non come candidato a niente, non come dirigente, non come rappresentante di nessuna posizione ufficiale. Lo scrivo perché credo che alcune domande vadano fatte ad alta voce, a porte aperte, e che aspettare il momento giusto sia spesso il modo più elegante per non farle mai.
La tesi è scomoda. La sintetizzo così: il Partito Democratico, e la sinistra più in generale, ha nel Nord produttivo d’Italia un problema che non è di forma, di marketing, di leadership o di coalizione. È un problema di valori. O meglio: di valori che ha smesso di nominare con la chiarezza necessaria.
Nel testo provo a tracciare quattro piste di questa distanza.
La prima riguarda il lavoro autonomo. La sinistra ha costruito il proprio discorso sul lavoro attorno alla figura del lavoratore dipendente. Una scelta storicamente giustificata. Oggi però il Nord alpino vive in larga parte di un’altra forma di lavoro e cioè artigianale, stagionale, micro-imprenditoriale, familiare. Quel mondo non si sente visto. E va a cercare riconoscimento altrove.
La seconda riguarda la comunità. La parola è stata sequestrata dalla destra identitaria, e la sinistra ha risposto abbandonandola. Un errore grave, perché la comunità è un valore di sinistra prima ancora di essere un valore di destra. Le consorterie valdostane, le corvée, le latterie turnarie: sono forme di reciprocità sociale strutturalmente più vicine alla tradizione mutualistica della sinistra che al comunitarismo chiuso della destra. Abbiamo lasciato in mano ad altri parole che erano nostre.
La terza riguarda la prossimità istituzionale. Nei piccoli comuni di montagna il sindaco è letteralmente lo Stato per i cittadini. Una sinistra coerente dovrebbe teorizzare questa prossimità come valore democratico, non come articolazione funzionale del sistema. Invece trattiamo gli amministratori locali come terminali disciplinati di una linea decisa altrove.
La quarta è la più astratta, e forse la più originale. La Valle d’Aosta è strutturalmente una terra di frontiera. L’identità qui non si è mai costruita come recinto, ma come soglia: nel rapporto continuo con il diverso, non contro di lui. Questa idea, l’identità come pratica relazionale, non come sostanza da difendere, è quasi assente dal discorso politico contemporaneo. Eppure potrebbe essere il cuore di una rinascita del pensiero progressista in Europa.
Perché la Valle d’Aosta?
Non per campanilismo. Ma perché siamo piccoli abbastanza da poter discutere davvero, autonomi abbastanza da avere già i concetti in circolazione, e con una storia abbastanza lunga di mediazione tra centro e periferia da sapere come si fa.
Non siamo soli in Europa a porci queste domande. Il Partit dels Socialistes de Catalunya le ha affrontate in cinquant’anni di lavoro paziente. Il Labour scozzese ci ha provato a suo modo. La SPD ha dovuto ripensare il proprio rapporto con i Länder più volte. Nessuna di quelle esperienze è trasferibile meccanicamente al caso italiano. Ma tutte dimostrano che la questione che poniamo è europea, non un capriccio provinciale.
Questo testo non è un programma. Non ha conclusioni predeterminate. Non chiede di essere votato, approvato o sottoscritto. Chiede solo una cosa: di essere letto e discusso, con onestà, dentro e fuori il Partito Democratico.
Se dopo averlo letto avete qualcosa da dire, anche in disaccordo, anzi soprattutto in disaccordo, scrivetemi. Commentate. Condividetelo con qualcuno che lo troverà scomodo.
Le domande difficili si affrontano insieme o non si affrontano affatto. Io ho fatto la mia parte: ho nominato la domanda, ad alta voce, a porte aperte. Adesso aspetto di sapere chi vuole affrontarla con me.


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