C’è una frase che ho pronunciato in aula durante la discussione della prima variazione di bilancio e che riassume, meglio di qualsiasi resoconto, quello che ho vissuto in questi due consigli di aprile.
“Una maggioranza che non sceglie non è neutra. Occupa il tempo del governo senza usarlo.”
Non era una provocazione. Era una constatazione. E le quattro settimane di lavoro consiliare che vi racconto oggi (dall’8 aprile al 23) quella constatazione la confermano, punto dopo punto.
Il primo test: l’accordo UV-FI
Il 4 novembre 2025 Union Valdôtaine e Forza Italia firmano un accordo politico-programmatico. Nove impegni specifici per la Valle d’Aosta. Due strutture operative da attivare entro trenta giorni. Un termine di verifica fissato a marzo 2027.
Lo abbiamo preso sul serio. Lo abbiamo letto con attenzione. E l’8 aprile abbiamo chiesto conto del suo stato di attuazione con un’interpellanza formale.
Sono passati sei mesi dalla firma. Ecco dove siamo.
La revisione dello Statuto speciale, il cuore dell’accordo, la ragione principale per cui valeva la pena stringere quell’intesa con chi era al Governo nazionale, non ha ancora prodotto una proposta concreta dalla Giunta. Il tavolo tecnico con il Ministero di Calderoli si è fermato per ventuno mesi. Non è stata la Valle d’Aosta a spingere il processo: è stata Roma a richiamarlo in vita, con una nota del Capo di Gabinetto del Ministro che chiedeva i nominativi dei rappresentanti tecnici valdostani. Nel frattempo il Trentino-Alto Adige ha completato la terza lettura in parlamento e viaggia spedito verso l’approvazione finale.
La norma di attuazione sulle concessioni d’acqua è ferma negli uffici della Presidenza del Consiglio da oltre un anno, senza spiegazioni. Sul Tunnel del Monte Bianco non esiste uno studio di fattibilità né un cronoprogramma. Sulla zona franca montana non ci sono notizie.
Ho riconosciuto un risultato concreto: la norma sul Conservatoire, approvata dal Consiglio dei Ministri a fine marzo. Era il punto meno controverso dei nove, quello che non creava attriti con nessun Ministero. Un risultato quasi dovuto. Ma un accordo politico non si giudica dal punto più facile. Si giudica da quanto pesa quando le cose sono difficili.
La risposta del Presidente Testolin alla mia interpellanza non ha riguardato il merito. Ha riguardato il mio metodo. Quando non si risponde nel merito, di solito è perché il merito non regge.
Il secondo test: cosa succederà in autunno?
Sempre l’8 aprile ho presentato un’interpellanza sulle prospettive economiche della Valle d’Aosta alla luce della crisi energetica e della conclusione del PNRR. Quattro domande precise, tecniche, verificabili.
Il contesto era — ed è — serio. Dal 1° gennaio 2026 il diesel è aumentato del 20,9%. La benzina è cresciuta del 9,9%. Ogni centesimo in più al litro si trasferisce immediatamente sui costi di trasporto, sulla logistica, sulla distribuzione delle merci. Per le famiglie valdostane, in una regione dove la mobilità su gomma non è un’opzione ma una necessità geografica, questo significa una perdita annua del potere d’acquisto stimata fino a 540 euro.
E poi c’è la questione strutturale: entro il 2026 si chiude il ciclo PNRR. Le risorse straordinarie finiscono. Rimangono le strutture costruite come gli ospedali di comunità o le infrastrutture territoriali, con i loro costi di gestione e il loro fabbisogno di personale. Spese che dovranno essere coperte dal bilancio ordinario. Si aggiungono i rinnovi contrattuali del pubblico impiego e gli oneri previdenziali dei corpi regionali.
Ho chiesto se la Regione disponesse di modelli previsivi per stimare questi impatti. Ho chiesto quale quadro economico-finanziario la Giunta prevedesse per l’autunno. Ho chiesto se fosse stata avviata una revisione strutturale della spesa.
La risposta dell’Assessore al Bilancio è stata, nella sostanza, questa: modelli previsivi non ne abbiamo, perché in momenti come questo sarebbero poco utili. Il polso della situazione lo prendiamo parlando con i cittadini, i sindaci, la Confindustria.
Ho replicato in modo diretto: siete in grado di immaginare il futuro tra trent’anni, ma non sapete cosa accadrà tra trenta settimane. Avete un fondo cassa di 1,2 miliardi e un avanzo presunto di 267 milioni, eppure non mettete in campo alcuna misura strutturale. Se questo è il metodo per governare l’incertezza, sono davvero preoccupato.
Ho fatto quattro domande precise. Non ho ottenuto quattro risposte precise.
Il terzo test: la variazione di bilancio
Il 22 aprile è arrivata in aula la prima variazione di bilancio. Trentasette articoli, 37,3 milioni nel triennio.
A dicembre, durante il bilancio originario, la maggioranza ci aveva detto una cosa precisa: questo è un bilancio tecnico, eredità della legislatura precedente. Le scelte politiche della nuova maggioranza le vedrete nella prima variazione.
Bene. La prima variazione è arrivata. E io sono andato a cercare le scelte.
Non le ho trovate.
Quello che ho trovato è una manovra che si autofinanzia all’82% spostando risorse tra missioni: non un indirizzo politico, ma un ribilanciamento contabile. Ho trovato 6,7 milioni di maggiori entrate che non sono il frutto di una nuova intesa con lo Stato, ma il rimborso MEF per la compartecipazione IRPEF, un flusso decrescente, da 2,6 milioni nel 2026 a 1,4 nel 2028, speso tutto subito senza costruire prospettiva.
Ho trovato una sola priorità politica visibile: 1,42 milioni alla promozione turistica. Non è sbagliato sostenere il turismo in Valle d’Aosta. È sbagliato che sia l’unica scelta riconoscibile in una manovra definita “politica”.
Ho trovato mezzo milione in meno al Fondo regionale per le politiche abitative e mezzo milione in più ad ARER per le difficoltà socio-economiche delle famiglie. Somma algebrica sull’asse casa: zero. Raccontata come se fosse un incremento.
E ho trovato, e su questo insisto perché è il punto più rilevante sul piano istituzionale, quattro articoli in deroga alla legge regionale 48 del 1995 sulla finanza locale. Quando una formula di deroga compare quattro volte nello stesso disegno di legge, non è più un’eccezione. È un sistema. E quando la deroga diventa regola, la legge è morta.
Il nostro gruppo si è astenuto. Non per pregiudizio, ma perché un’astensione motivata è più onesta di un voto contrario generico. Non è una manovra sbagliata, ma è una manovra che non dice dove vuole andare.
Il quarto test: chi decide per la Valle d’Aosta?
Il 23 aprile, insieme alla Capogruppo di AVS Chiara Minelli, ho chiesto formalmente al Presidente Testolin di fare chiarezza sulla norma di attuazione sulle concessioni di grande derivazione d’acqua a scopo idroelettrico.
Il motivo è semplice: la notizia del suo avanzamento non è arrivata in Consiglio regionale attraverso i canali istituzionali. È arrivata attraverso un videomessaggio del Vicepresidente del Consiglio dei Ministri Antonio Tajani al congresso regionale di Forza Italia.
Una norma che vale miliardi. Una norma che determina chi controlla le risorse idriche valdostane per i prossimi decenni. Annunciata a un congresso di partito.
Il Presidente ha risposto che siamo in attesa della trasmissione formale del testo. Ho replicato con una domanda semplice: se le modifiche apportate il 9 aprile in Commissione paritetica sono “minime”, come dichiarato, come mai ci hanno messo un anno per farle? E se si sa che sono minime, significa che qualcuno le conosce. Il Consiglio regionale no.
Ho ribadito la mia richiesta: i componenti di parte regionale della Commissione paritetica vengano auditi in Prima Commissione. Non è una pretesa straordinaria. È il minimo che il Consiglio regionale può aspettarsi su una partita di questa portata.
L’autonomia non è uno slogan. È un metodo. E quel metodo prevede che le istituzioni valdostane siano protagoniste delle decisioni che riguardano il proprio territorio, non spettatori che apprendono dai comunicati stampa dei congressi nazionali.
Nel frattempo: noi proponevamo
Ho descritto quattro situazioni in cui la maggioranza ha gestito senza scegliere, risposto senza rispondere nel merito, annunciato senza produrre.
Ma aprile non è stato solo questo.
Nel mezzo di questi due consigli, il nostro gruppo ha depositato una proposta di legge sulla previdenza complementare per i nuovi nati in Valle d’Aosta. Una legge che prevede un contributo di 1.100 euro in cinque anni, versato direttamente sul fondo pensione di ogni bambino nato, adottato o affidato in Valle d’Aosta a partire dal 1° gennaio 2026. Costo: 250mila euro nel 2026, crescente ma sostenibile nel triennio.
Non è la soluzione alla crisi demografica. Nessuna misura isolata può esserlo, e sarebbe disonesto sostenerlo. È un segnale concreto alle famiglie che scelgono di mettere radici qui: la Regione investe sui vostri figli dal primo giorno di vita. È un mattone in una strategia di lungo periodo che ancora manca, ma che qualcuno deve iniziare a costruire.
Di questa proposta vi racconterò tutto nella prossima newsletter, perché merita uno spazio diverso da questo resoconto, uno spazio più personale. Se non siete ancora iscritti, potete farlo qui sotto.
Una sola conclusione
Quattro settimane, quattro test. Il filo che li unisce è uno solo: una maggioranza che risponde sulla forma quando il merito non regge, che gestisce l’ordinario quando si aspettava la visione, che apprende dai giornali quello che dovrebbe sapere per prima.
Non è un’accusa di malafede. È una constatazione di metodo.
Il tempo di una legislatura non torna. E ogni settimana che passa senza una scelta è una settimana regalata all’inerzia.
Continuerò a fare domande. È il mio lavoro.
Fulvio.
P.S.: vi lascio un video. Sono intervenuto sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio. Tema? La Regione che si costituisce in giudizio e chiede che una sua stessa legge venga dichiarata incostituzionale. Si avete capito bene: anziché modificarla, chiede alla Corte Costituzionale di fare ciò che la stessa regione non ha il coraggio politico di fare. Siamo al limite del grottesco!!


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