Sul caso della Casinò de la Vallée si è discusso molto, in queste settimane, di chi debba fare cosa. È una discussione che rischia di diventare astratta. Provo a rimetterla con i piedi per terra, partendo da una domanda semplice: come si ripara un sistema, se prima non si è capito dove si è rotto?

Il 28 maggio il Tribunale di Torino ha disposto l’amministrazione giudiziaria della Casinò de la Vallée. È la prima volta in Italia che accade per una casa da gioco. Nelle motivazioni, i giudici non hanno scritto che il problema sia la condotta di qualche singolo. Hanno scritto qualcosa di più impegnativo: che esiste una «colpa di organizzazione» dell’ente, e che — testuale — il problema non può essere risolto sostituendo le figure al vertice senza cambiare il sistema organizzativo.
Vale la pena fermarsi su questa frase, perché è la chiave di tutto. Il Tribunale non dice “cambiate le persone”. Dice: il guasto è nel sistema. E se il guasto è nel sistema, cambiare le persone e lasciare il sistema com’è significa non aver risolto nulla.
Da qui nasce la richiesta che, come gruppo PD, abbiamo avanzato in Consiglio: un audit esterno e indipendente sul modello organizzativo e sui presidi antiriciclaggio della società. Non un gesto simbolico. Una precondizione.
Su questa richiesta sono arrivate, dal Presidente della Regione, alcune obiezioni. Le prendo sul serio, una per una, perché alcune sono ragionevoli — e proprio per questo vanno discusse nel merito, non liquidate.
Prima obiezione: «la Regione non può sostituirsi a chi gestisce»
È vero. L’azionista non amministra la società: non è il suo ruolo, e la legge è chiara. Ma qui c’è un equivoco da sciogliere, perché è il cuore di tutto.
Una cosa è fare la compliance, cioè adottare le procedure, costruire i presidi, applicare il modello organizzativo. Questo è gestione, e spetta a chi amministra la società: il consiglio di amministrazione, l’amministratore unico, i dirigenti.
Un’altra cosa, completamente diversa, è vigilare che quei presidi esistano e funzionino. Questo non è gestione: è la funzione propria di chi controlla la società. E la Regione non è un socio qualunque. Detiene il 99,9% del Casinò ed esercita su di esso direzione e coordinamento ai sensi dell’articolo 2497 del Codice civile, la forma di responsabilità più intensa che l’ordinamento preveda tra un socio e la sua partecipata.
Chi ha questa responsabilità non ha il diritto di dire “il controllo non mi riguarda”. Ha il dovere di guardare. Un audit commissionato dall’azionista, per sapere in autonomia come funziona la propria società, non si sostituisce a nessuno. È l’esatto contrario dell’ingerenza: è l’azionista che esercita la vigilanza che la legge gli affida.
Seconda obiezione: «ci sono già il collegio sindacale, i revisori, l’organismo di vigilanza»
Anche questa è vera. E anche questa, a guardarla bene, è il problema, non la soluzione.
Quegli organi c’erano tutti, al loro posto, mentre il sistema si rompeva. Il Tribunale non ha certificato la mancanza di controlli: ha certificato che i controlli non hanno funzionato. Ha rilevato una colpa di organizzazione avvenuta nonostante quei presidi esistessero. Affidarsi di nuovo agli stessi controlli che non hanno intercettato il problema non è una garanzia: è ripetere l’errore.
E poi c’è una distinzione che conta, ed è di natura, non di grado. Collegio sindacale, società di revisione, organismo di vigilanza sono controlli interni alla società: nominati dalla società, operanti dentro la società, che controllano la società dall’interno. L’audit che chiediamo è un’altra cosa: è il controllo dell’azionista sulla propria partecipata. Non un doppione dei controlli interni, ma lo sguardo esterno di chi possiede e dirige.
Detta in modo semplice: i controlli interni sono il medico di famiglia della società. L’audit dell’azionista è la seconda opinione, di un medico che non lavora per il paziente. E quando la prima diagnosi ha mancato qualcosa di serio, la seconda opinione non è un lusso. È buon senso.
C’è un esempio concreto che rende tutto questo meno astratto. Nel bilancio 2024 della società, quello che la Regione approva ogni anno come socio, era già riportata una contestazione della Guardia di Finanza per omessa segnalazione di operazioni sospette, con 150 mila euro accantonati. Era leggibile. Era lì. I controlli “che già c’erano” non l’hanno mai trasformata in un’iniziativa dell’azionista. Il problema, allora, non è che mancassero i controlli. È che ciò che quei controlli segnalavano non arrivava mai a chi doveva decidere. Ed è esattamente quello che un audit dell’azionista serve a correggere.
Terza obiezione: «il consiglio di amministrazione lo nomineremo ora, alla scadenza»
La Regione si appresta a convocare l’assemblea dei soci per il bilancio e per il rinnovo delle cariche, e in quell’occasione passerà da un amministratore unico a un consiglio di amministrazione. Bene. Ma qui sta il punto che mi preme di più.
Il consiglio nuovo, presentato così, rischia di non servire a nulla. Perché nominare un cda o un nuovo amministratore prima di aver capito cosa si è rotto nel sistema significa mettere persone nuove dentro lo stesso meccanismo guasto. È, alla lettera, la cosa che il Tribunale ha scritto di non fare: sostituire le figure al vertice senza cambiare il sistema.
L’ordine delle operazioni, qui, non è un cavillo. È la sostanza. Prima si capisce cosa non ha funzionato. Poi si nomina chi dovrà farlo funzionare. Invertire l’ordine, nominare prima, capire dopo, vuol dire cambiare i nomi e lasciare il problema dov’era. Non puoi scegliere chi deve riparare la macchina, se prima non hai aperto il cofano.
E va detto con franchezza: questa vicenda non è chiusa. Difficile pensare che il 14 luglio, davanti al Tribunale, si esaurisca ogni questione. Proprio perché non sappiamo ancora tutto, nominare al buio è l’errore più grande che si possa fare. Più cose possono ancora emergere, più la diagnosi deve venire prima della terapia.
Cosa abbiamo chiesto, in concreto
Il nostro ordine del giorno conteneva tre impegni precisi per la Giunta. Un audit esterno e indipendente sul modello organizzativo, entro 30 giorni, distinto dal lavoro degli amministratori giudiziari e a beneficio dell’azionista. Il passaggio dall’amministratore unico a un consiglio di amministrazione che includa la rappresentanza delle minoranze consiliari. L’impegno a riferire con regolarità in Commissione.
L’audit non interferisce con le indagini penali in corso, né con il mandato dei commissari nominati dal Tribunale: quelli hanno il loro percorso, e lo svolgeranno. L’audit serve a un’altra cosa, e a un altro soggetto: serve alla Regione per esercitare, in autonomia, la responsabilità di socio che la legge le assegna.
Questa ordine del giorno, in Consiglio, l’ha votata solo il PD. Insieme alle altre minoranze avevamo chiesto anche una commissione consiliare speciale sulla governance della società: anch’essa respinta.
Resto convinto che si potesse fare di più, e prima. Il 14 luglio c’è l’udienza di convalida davanti al Tribunale: tra poco più di un mese. Quella scadenza non si avvicina per inerzia. Si arriverà preparati solo se la Regione deciderà di fare l’azionista, non perché glielo impone un giudice, ma perché è il suo mestiere.
La differenza, questa volta, è che non c’è un Tribunale a farlo al posto nostro.


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