
Ieri sera guardavo i risultati scorrere sullo schermo, comune per comune. A un certo punto ho smesso di contare i Sì e i No e ho iniziato a vedere qualcos’altro. Ho visto una fotografia della Valle d’Aosta più nitida di qualsiasi sondaggio. Una fotografia che racconta chi siamo, come viviamo, e cosa chiediamo alla politica.
Partiamo dai numeri. In Valle d’Aosta il referendum costituzionale sulla giustizia si è chiuso con la vittoria del No: 29.456 voti contro 27.395, il 51,81% contro il 48,19%. Un margine di 2.061 voti. L’affluenza è stata del 58,59% — 57.390 votanti su 97.949 elettori — un dato vicinissimo a quello delle regionali del settembre 2025, quando votò il 62,98% degli aventi diritto.
Già questo primo dato merita una riflessione. I valdostani si sono mobilitati per un referendum costituzionale quasi quanto per eleggere il proprio Consiglio regionale. Non era scontato: al referendum del 2025 su lavoro e cittadinanza aveva votato appena il 29,02%. Questa volta la partecipazione è raddoppiata. Evidentemente la mancanza del quorum e la politicizzazione del tema ha prodotto un risultato inatteso (almeno per me).
Ma il dato regionale, da solo, dice poco. È scendendo nei singoli comuni che emerge la vera storia di questo referendum.
La Valle d’Aosta turistica
C’è una prima Valle d’Aosta che ha votato Sì in modo massiccio. La Thuile al 69,64%. Courmayeur al 65,60%. Pré-Saint-Didier al 64,00%. Valtournenche al 62,64%. Cogne al 60,99%. Ayas al 59,49%. Brusson al 59,76%.
Se allarghiamo lo sguardo ai comuni turistici e della media valle a vocazione ricettiva — 18 comuni in tutto, da Courmayeur a Châtillon — troviamo un blocco di 20.881 elettori con 12.043 votanti, dove il Sì ha raggiunto il 57,3% contro il 42,7% del No. Quasi 6.900 voti per il Sì contro 5.100 per il No.
Cosa hanno in comune questi comuni? Un tessuto economico fondato sul terziario turistico: partite IVA, micro e piccole imprese, albergatori, ristoratori, gestori di impianti, guide alpine, commercianti, artigiani del settore ricettivo. Qui il reddito non arriva da uno stipendio a fine mese: arriva dal mercato, dai flussi turistici, dalla capacità imprenditoriale individuale. I clienti sono milanesi, torinesi, francesi, svizzeri. L’orizzonte economico è nazionale e globale.
Per questo elettorato, una riforma che promette un sistema giudiziario più efficiente, con carriere separate e maggiore accountability dei magistrati, suona come una buona notizia. Meno incertezza, più certezza del diritto, meno intromissioni nelle dinamiche economiche. È un voto coerente con una visione liberale: chi vive di mercato, vota per il mercato.
La Valle d’Aosta legata alla Pubblica Amministrazione
C’è poi una seconda Valle d’Aosta che ha votato No con altrettanta chiarezza. Aosta città: 55,78%, con 8.695 No contro 6.894 Sì — un margine di 1.801 voti nel solo capoluogo. Sarre: 55,32%. Saint-Christophe: 55,41%. Nus: 56,67%. Gressan: 53,92%. Quart: 53,59%. Pont-Saint-Martin: 53,05%. Charvensod: 53,10%. Saint-Pierre: 54,04%.
Sono i comuni della plaine e della cintura residenziale di Aosta, più i centri della bassa valle. Presi insieme — 17 comuni — rappresentano il cuore demografico della regione: 56.853 elettori, quasi il 60% dell’intero corpo elettorale valdostano. Qui hanno votato in 33.742, e il No ha prevalso con il 54,8% contro il 45,2% del Sì. In termini assoluti: circa 18.500 No contro 15.300 Sì. Solo in questo blocco, il No accumula un vantaggio di oltre 3.200 voti — più che sufficiente a determinare il risultato regionale.
Chi vive in questi comuni? In prevalenza, chi lavora nella Pubblica Amministrazione nelle sue diverse articolazioni: la Regione autonoma, i Comuni, l’Azienda USL, le istituzioni scolastiche, i servizi pubblici. Ma anche impiegati del privato, lavoratori dei servizi, famiglie con i figli a scuola e il mutuo sulla casa. È la Valle d’Aosta degli stipendi a fine mese, delle liste d’attesa in ospedale, del rapporto quotidiano con le istituzioni — come lavoratori e come utenti.
Per questa Valle d’Aosta, lo Stato non è un ostacolo all’iniziativa economica: è il datore di lavoro, il garante dei servizi, il quadro di riferimento della vita quotidiana. Una magistratura indipendente non è un freno — è una tutela. Una riforma che ne modifica l’assetto viene percepita come un rischio, non come un’opportunità.
Il dato di Aosta merita un approfondimento ulteriore. Alle regionali 2025, nel Polo 8 (che corrisponde al capoluogo), il centrodestra nazionale (FdI, FI, Lega) raccoglieva il 35,6% dei voti — il blocco più consistente. L’Union Valdôtaine si fermava al 18,9%. Il centrosinistra (PD, AVS e VdA Aperta) raggiungeva il 27,1%. Eppure, al referendum, il No ha ottenuto il 55,78%. Questo significa che una parte significativa dell’elettorato di centrodestra e dell’UV aostana ha votato No, contro l’indicazione del proprio schieramento. Ad Aosta, l’elettorato ragiona con la propria testa.
La Valle d’Aosta che nessuno ascolta
Ma è la terza Valle d’Aosta quella che mi ha colpito di più. Quella che ha votato No con la forza più dirompente — più di Aosta, più della plaine, più di qualsiasi centro urbano.
Avise: No al 67,97%. Valpelline: No al 67,73%. Rhêmes-Saint-Georges: No al 65,06%. Bard: No al 63,46%. Introd: No al 62,26%. Donnas: No al 59,41%. Fénis: No al 58,28%. Saint-Marcel: No al 58,06%.
Sono 20 comuni della montagna interna — le valli laterali, la bassa valle, i paesi che non vivono di turismo. Hanno 10.086 elettori, di cui 5.866 sono andati a votare. E hanno detto No al 58,1% contro il 41,9%.
Questi non sono comuni “di sinistra”. Sono comunità tradizionalmente autonomiste, dove l’Union Valdôtaine alle regionali prende percentuali robuste, dove il tessuto sociale è fatto di piccoli agricoltori, allevatori, artigiani, gestori di alpeggi. Il reddito qui non viene dal turismo internazionale, ma dai trasferimenti regionali, dai contributi PAC, dall’economia di prossimità. Sono i comuni dove ogni anno qualcuno parte e non torna, dove la scuola rischia di chiudere per mancanza di bambini, dove il medico di base copre tre vallate e il pullman delle sette del mattino non passa più.
Quando a queste comunità qualcuno da Roma propone di riformare la Costituzione per cambiare il funzionamento della magistratura, la risposta non è ideologica. È viscerale: venite prima a riformare i servizi che ci avete tolto. Risolvete prima i problemi che viviamo ogni giorno. E poi parliamo di come organizzare il CSM.
È un No che non nasce dalla militanza politica. Nasce dalla diffidenza radicale verso chi propone grandi riforme dall’alto senza aver mai messo piede nei luoghi dove quelle riforme dovrebbero produrre effetti. È conservatorismo istituzionale nel senso più nobile del termine: non toccate ciò che funziona finché non avete riparato ciò che è rotto.
L’aritmetica di un voto che fa riflettere
C’è un ultimo dato che completa il quadro, ed è forse il più significativo sul piano politico.
Partiamo da un fatto: questo referendum è stato un voto politico. È inutile girarci intorno. La riforma della giustizia portava la firma del governo Meloni, e le appartenenze politiche hanno pesato nelle scelte di voto almeno quanto il merito tecnico del quesito.
In Valle d’Aosta, l’Union Valdôtaine — il partito di maggioranza relativa, con il 31,98% alle regionali — si era esposta a favore del Sì. Fratelli d’Italia (10,99%) e Forza Italia (10,04%), pur collocati all’opposizione in Consiglio regionale, sono i partiti che a Roma hanno scritto e sostenuto la riforma. La Lega (8,39%) pure. Sommando questi bacini elettorali si arriva a oltre il 61% dei voti di lista delle regionali 2025. Se gli elettori di UV, FdI, FI e Lega avessero votato compattamente Sì, la riforma avrebbe dovuto passare con larghissimo margine in Valle d’Aosta.
Invece ha perso. E ha perso perché l’elettorato autonomista si è diviso.
Una parte ha seguito l’indicazione dell’UV e ha votato Sì — per convinzione sulla riforma, per fedeltà al partito, o per una visione liberale del rapporto tra cittadini e magistratura. Un’altra parte ha scelto il No — per ragioni nazionali, per diffidenza verso il governo Meloni, o per quella lettura territoriale che i dati comune per comune rendono evidente: il No della montagna che si spopola, il No della plaine che vive di servizi pubblici, il No di chi non si riconosce in una riforma pensata altrove per problemi che qui non si sentono.
Questo è il dato politicamente più rilevante. Non è la sinistra ad aver vinto il referendum in Valle d’Aosta: il centrosinistra (PD, AVS e VdA Aperta) alle regionali raccoglieva il 19,92% dei voti di lista — 12.027 voti in termini assoluti — e non avrebbe mai potuto, da solo, determinare un risultato di questa portata. È il mondo autonomista che si è spaccato — e si è spaccato lungo una linea che non è ideologica, ma territoriale e sociale.
Cosa ci dice tutto questo
Questo referendum ci consegna una fotografia che la politica valdostana farebbe bene a guardare a lungo.
Esiste in Valle d’Aosta una maggioranza sociale — trasversale alle appartenenze, distribuita dalla plaine alla montagna — che non si riconosce nella narrazione dominante. Non è una maggioranza ideologica: non è “di sinistra” in alcun senso tradizionale del termine. È una maggioranza di condizione. È fatta di persone che condividono un rapporto quotidiano con le istituzioni locali — come lavoratori, come utenti dei servizi, come abitanti di comunità che si assottigliano — e che da quelle istituzioni si aspettano competenza, presenza, ascolto.
Questa maggioranza non chiede grandi riforme. Chiede che il medico arrivi, che la scuola resti aperta, che il pullman passi, che chi governa conosca i problemi prima di proporre soluzioni. Quando percepisce che la politica si occupa d’altro — di architetture costituzionali, di equilibri di potere tra Roma e le correnti — risponde con l’unico strumento che ha: il voto.
La sfida, per chiunque faccia politica in Valle d’Aosta, non è intestarsi questa maggioranza. È ascoltarla. E meritarsela.


Mi pare che le sue conclusioni colgano perfettamente le aspettative dell’elettorato.
Grazie mille!!
Bondzoo.analisi perfetta. Grazie Fulvio
Merci!
Analisi molto interessante. Sebbene abbia lavorato per un giusto Sì al referendum (democraziaviva.it il sito) mi piacerebbe incontrarti e magari contribuire a un dibattito sulle ragioni reali della affezione politica, o disaffezione. Saluti
Grazie Michele. Ovviamente disponibile a fare due chiacchiere