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Diventare grandi è l’unico modo per guardare al futuro. Mi riferisco alle dimensioni della gran parte dei nostri comuni che non consentono, allo stato attuale, di gestire al meglio le risorse disponibili ed offrire servizi sempre più complessi e all’altezza delle aspettative della popolazione.

Ho già illustrato in un precedente post la mia idea in merito all’associazione di funzioni che si potrebbe adottare e adattare al nostro territorio. Poiché la discussione si è avviata è forse il caso di dare uno sguardo anche intorno a noi, per capire cosa succede e come si muovono gli altri.

L’Unione di comuni Valle di Samoggia, nel bolognese, è composta da 5 comuni: Bazzano 6.800 abitanti su 14 km², Crespellano 9.500 abitanti su 37 km², Monteveglio 5.100 abitanti su 32 km², Savigno 2.750 abitanti su 54 km². e Castello di Serravalle 4.900 abitanti su 39 km², per un totale di quasi 30 mila abitanti sparsi su di un territorio complessivo di circa 180 km².

Negli ultimi mesi del 2010 e nel corso del 2011 i comuni aderenti all’unione hanno deciso di studiare la possibilità di fondersi per dar vita ad un unico comune. Risultato: nel mese di luglio di quest’anno la Giunta regionale dell’Emilia Romagna ha dato l’ok alla fusione dei 5 comuni. Nasce così un nuovo grande comune da 30 mila abitanti, 19 milioni di euro di contributi straordinari e deroghe al patto di stabilità.

Questo accade quando alcuni enti locali decidono di aggregarsi.

Io credo che la discussione su questo tema sia matura anche qui in Valle d’Aosta: se ne parla sottovoce e se ne discute tra la gente ma non si ha il coraggio di dirlo apertamente perché la maggioranza regionale considera intoccabili i 74 comuni valdostani e si limita ad ipotizzare forme di associazione delle funzioni comunali.

Prendiamo la mia vallata: Villeneuve, Introd, Valsavarenche, Rhemes-Saint-Georges e Rhemes-Notre-Dame, 5 comuni per un totale di 2.600 abitanti, sparsi su 290 km² di superficie. Perché non immaginare un comune unico e non ragionare come se fosse un unico territorio? Perché non provare a riflettere su come sarà la nostra Valle tra 15-20 anni anziché continuare a coltivare il proprio orticello senza allargare i propri orizzonti? Se le intenzioni del Governo Regionale ricalcheranno le indicazioni provenienti da Roma, i comuni sotto i mille abitanti dovranno aggregare tutti i servizi e le funzioni attualmente svolte (e che già non lo sono) ad eccezione, probabilmente, dell’anagrafe e dello stato civile.

EÈ troppo ardito – per alcuni forse scandaloso-  provare ad anticipare tali riforme? La proposta di aggregazione può sembrare eccessiva, eppure, come dimostrato poc’anzi, in Italia ci si spinge anche oltre, con percorsi partecipati e condivisi.

Già mi figuro le obiezioni:

1. La fusione dei comuni comporta una perdita d’identità. Ma perché dobbiamo definirci “rhemens” o “entrolens” e non semplicemente “valdostani”? È solo l’identità storica che ci lega ad un comune o non è forse la vita di relazione e di comunità che si crea giorno per giorno? Oggi è il comune di fondovalle il centro dove si concentrano i maggiori servizi e dove i ragazzi frequentano le scuole secondarie di primo grado. Nulla vieta, peraltro, che nelle forme di fusione si possano immagine processi di decentramento e di partecipazione dei vecchi municipi.

2. La fusione del comune comporta la perdita di risorse economiche: veramente si pensa di poter continuare all’infinito con questi riparti? Le ultime manovre ci hanno indicato la strada che dovremo percorrere. Io credo pertanto che sia più utile impiegare le risorse che ancora abbiamo a disposizione per proporre delle modifiche o pensare in grande, piuttosto che chiuderci a riccio nella difesa di un sistema che ormai è superato.

3. La fusione dei comuni elimina i presidi in montagna: ne siamo sicuri? Probabilmente una volta gli abitanti delle nostre vallate erano veramente il presidio dei nostri territori, ma oggi chi cura i nostri torrenti, le nostre vallate? La Regione con i suoi finanziamenti e le opere di tutela e di salvaguardia del nostro territorio. Il comune, soprattutto se piccolo, ben poco potrebbe fare da solo.

Le obiezioni possono essere molteplici, ma altrettanto numerosi possono essere i vantaggi. Certo si tratta di un processo lungo e difficile, ma non per questo bisogna rinunciarvi. Se vogliamo ripensare alla nostra autonomia dobbiamo rivedere anche il nostro sistema degli enti locali. Oggi la specializzazione imposta da una burocrazia sempre più difficile ed il taglio delle risorse che si produrrà sul bilancio regionale da qui al 2017 per effetto delle recenti manovre finanziarie e dell’accordo sul federalismo fiscale ci impone di cambiare strategia. 

Forse, in attesa che qualcosa si muova ai piani alti, si potrebbe iniziare dal basso: perché non provare a discutere serenamente di unire il comune di Rhemes-Notre-Dame con il comune di Rhemes-Saint-Georges? Sono due piccoli comuni, che condividono la medesima vallata, la medesima via di comunicazione, i medesimi problemi geomorfologici, sono confinanti con due vallate, Valsavarenche da una parte e Valgrisenche dall’altra, che sono incluse entrambe in un unico comune. Esistono, per esempio, due scuole microscopiche – una a Rhemes-Notre-Dame e l’altra a Rhemes-Saint-Georges – che rischiano ogni anno la chiusura.

Ora chiediamoci: a chi giova avere scuole di montagna frequentate da tre bambini alla scuola dell’infanzia e da cinque alla scuola primaria? Sicuramente ai genitori che trovano più comodo portare i propri figli a pochi metri da casa. Ma quali opportunità si offrono così ai bambini? L’interazione con altri e l’incontro con il “diverso”, come insegna tutta la pedagogia recente, sono obiettivi primari della scuola che non possono essere bypassati, soprattutto in zone a scarsa densità demografica dove le possibilità di socializzazione sono ridotte.

Nessuno sottovaluta le difficoltà di spostarsi ed i problemi logistici che ci sono in vallate così strette, soprattutto in inverno, ma forse è venuto il momento, per il bene dei nostri figli, di aprire la discussione, senza pregiudizi ideologici e al di là di ogni appartenenza politica.
Diventare grandi e guardare al futuro assumendosi le proprie responsabilità: questa è l’autonomia che vorremmo.

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