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Se i tagli della spending review per le Regioni a Statuto Speciale sono questi per la Valle d’Aosta si prospettano minori risorse per circa 29 milioni di euro già sul 2012, circa 58 milioni di euro per il 2013 fino a salire a circa 87 milioni nel 2014. E poi i tagli alla sanità, le indicazioni sulla centralizzazione degli acquisti, il blocco delle assunzioni anche per gli enti locali fino ad arrivare agli obblighi di associazione per i comuni più piccoli (sotto i  3.000 abitanti nelle zone di montagna che da noi interessano quasi tutti i comuni).

Aggiungiamoci il taglio dei Giudici di Pace e dei Tribunali minori che comporterà una modifica sostanziale anche per quanto riguarda la giustizia, sia civile che penale, cui fino ad oggi eravamo abituati. Nel distretto della Corte di Appello di Torino, oltre al Tribunale di Aosta, ci sono altri 16 Tribunali sparsi nel piemonte, di cui 2 in particolare più vicini a noi: Ivrea e Biella. Non ho idea di come verranno riordinati ma qualche scompenso lo subiremo anche noi.

Ed ora la politica locale tornerà a lamentarsi dello Stato cattivo che nega l’autonomia alla nostra piccola regione e ci prevarica su diritti riconosciuti persino dallo Statuto speciale che è norma costituzionale, salvo scoprire che tutti i ricorsi alla Corte Costituzionale che la regione ha fatto dal 2010 ad oggi sono stati regolarmente bocciati. Risultato: le norme si applicano anche da noi, non perché i ministri sono brutti e cattivi ma semplicemente perché le norme vengono introdotte come coordinamento della finanza pubblica e, in quanto tali prevalgono anche per le regioni speciali.

Credo che ormai sia ampiamente finito il tempo dei piagnistei e occorra cambiare la mentalità e l’approccio politico a questa crisi.

L’attuale modello di sviluppo della nostra regione, basato esclusivamente sulla spesa pubblica – bisogna pur riconoscerlo – ha avuto un ruolo fondamentale per la crescita della Valle d’Aosta negli ultimi 30 anni. A partire dal riparto fiscale ottenuto alla fine degli anni ’70 questo modello ha creato benessere e piena occupazione ma anche delle enormi storture che sono sotto gli occhi di tutti.

Questa crisi economica ci ha fatto capire molto bene come una società non possa crescere sui debiti, non possa vivere al di sopra delle proprie possibilità (se non per un breve periodo di tempo). Ed allora il sistema Valle d’Aosta va riformato, va reso sano, va creata economia e crescita. Diventa quindi indispensabile creare un nuovo modello di sviluppo valdostano che non si limiti – come si cerca maldestramente di fare oggi – a rattoppare un pantalone ormai vecchio e consumato, ma che abbia il coraggio di costruirsi un vestito nuovo – su misura – per un’autentica rinascita valdostana.

È del tutto evidente che occorre studiare un nuovo modello di crescita ed equità per la nostra regione muovendosi lungo due binari: favorire l’ingresso dei privati in alcune società pubbliche al fine di recuperare fondi necessari per investire in un modello distrettuale.

Privatizzare oppure esternalizzare non può più essere considerato un tabù.

Mi riferisco in particolare alla CVA, al Casinò e ad alcune grandi stazioni sciistiche. Quanto alla prima credo che una sua quotazione in borsa mantenendo una quota significativa in capo alla Regione (30 – 35%) consentirebbe alla società di crescere non solo in Italia ma anche all’estero (già oggi è una delle 10 società di produzione elettrica italiana) e l’ente pubblico manterrebbe un controllo strategico su scelte vitali (mantenimento della sede in valle, tutela dell’occupazione, ecc).

Quanto alla seconda ritengo inutile spendere milioni di euro per ristrutturare il Casinò e dotarlo di strutture alberghiere di lusso facendo concorrenza all’unico settore privato (quello alberghiero appunto). Più logico sarebbe coinvolgere i capitali privati mediante una finanza di progetto con la quale chi vince la gara ristruttura il complesso (Casinò e alberghi) e lo gestisce per 20-30 per rientrare dell’investimento. Di vitale importanza anche il controllo sulla casa da gioco: perché non siglare un accordo con la Banca d’Italia e la sua filiale valdostana attribuendo ad essa il controllo? In fondo la casa da gioco raccoglie denaro esattamente come una banca. 

Infine, quanto ad alcuni impianti di risalita si dovrebbe continuare nella politica di aggregazione per macro aree e, ferma la proprietà pubblica delle infrastrutture, procedere ad una gestione privata dei comprensori che verrebbero così sgravati dai pesanti costi di manutenzione straordinari degli impianti. Tale politica di privatizzazione, studiata e governata (non improvvisata e confusa come quella messa in atto dalla Regione con i forestali) deve essere finalizzata al recupero di denaro da investire in una economia distrettuale. Il problema che dobbiamo porci è quale modello distrettuale – inteso come forma di organizzazione della produzione della piccola e media impresa, in cui il territorio svolge la funzione di infrastruttura di integrazione economica, istituzionale e cognitiva – si possa immaginare per il futuro della Valle d’Aosta? Io credo che ad un ovvio distretto turistico debba essere affiancato un distretto legato alla “green economy”, alle energie rinnovabili, alle soluzioni per l’efficienza energetica e a tutte quelle soluzioni di alta specializzazione in questo settore e/o comunque legati alla montagna.

Per raggiungere questo obiettivo strategico, però, è necessaria un’istruzione di eccellenza legata al territorio.Negli ultimi vent’anni le due riforme più importanti dell’Università (l’introduzione dell’autonomia universitaria ed il modello 3+2) hanno prodotto una notevole espansione dell’offerta universitaria, alla quale ha contribuito in maniera determinante una domanda crescente di istruzione universitaria proveniente dai diplomati della scuola secondaria, così come la pressione degli enti locali, che consideravano motivo di prestigio avere l’università sotto casa. Ma l’aumento dell’offerta universitaria e il conseguente aumento di iscritti all’università non si è tradotto in un complessivo aumento di laureati, segno evidente che ancora oggi esistono troppi abbandoni e il modello 3+2 ha finito con il creare un livello di laurea, quello triennale, poco spendibile perché non ritenuta particolarmente formativa dalle imprese.

Sostanzialmente ciò che è avvenuto anche in Valle d’Aosta. Mi domando: ha senso in un contesto di recessione, con tagli ingenti al bilancio pubblico investire oltre 100 milioni di euro per costruire un campus universitario senza sapere come riempirlo di contenuti e per circa 1.200 studenti, tanti quanti un qualsiasi liceo di una grande città? Che senso ha mettere in piedi un’università che non potrà mai avere dimensioni tali da poter svolgere una vera ricerca? Nell’ottica della creazione di un modello di sviluppo distrettuale non è forse più utile, per la Valle d’Aosta, investire in scuole di specializzazione che possano favorire l’apprendistato mediante uno stretto legame con le imprese sul territorio?

In chiaro: l’università oppure chiamiamola “scuola di specializzazione” insieme ad un numero di imprese localizzate sul territorio dovrebbe istituire un corso di laurea triennale di specializzazione tecnica. Lo studente lavoratore acquisirà metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università. Sia le imprese che l’università metteranno a disposizione un tutor che seguirà il ragazzo in università e in azienda. Lo studente sarà formalmente impiegato presso l’impresa con un contratto di apprendistato della durata di tre anni, ma l’azienda non avrà alcun obbligo di assumere il giovane con un contratto unico di inserimento alla fine del triennio.

Per rimanere in tema, questo tipo di percorso didattico può facilmente essere intrapreso per le professioni turistiche, ma anche per le professioni legate alla montagna e alla tutela ambientale, oltre che per le professioni sanitarie. 

Ma ciò non basta! È necessario creare sinergia con i territori vicini del canavese e del biellese. Un territorio importante che ha bisogno di reinventarsi una politica industriale che non può che avvenire insieme, mediante un unico distretto integrato con la nostra bassa valle.

È finito il tempo dell’autarchia: non possiamo più permetterci di costruire il nostro piccolo aeroporto, la nostra piccola università, la nostra piccola metropolitana… forti delle competenze che abbiamo e delle risorse che ancora ci restano dobbiamo riconvertire la nostra economia in una economia di mercato. Questo obiettivo, però, presuppone una nuova classe politica: fino ad oggi abbiamo visto solo idee vecchie e ormai superate. 

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