Autonomia o dipendenza?

}

11.23.2025

Perché parlare di autonomia oggi significa decidere che tipo di comunità vogliamo essere

Il senso politico del momento

Non tutte le legislature iniziano allo stesso modo.
Alcune aprono una fase di continuità, altre segnano una svolta; quella che si è aperta oggi in Valle d’Aosta appartiene chiaramente alla seconda categoria.

La narrazione ufficiale parla di una “Giunta della stabilità”.
Ma osservando i contenuti, i documenti e i presupposti politici, è difficile non vedere qualcos’altro: una Giunta dell’autonomia condizionata.

Il rischio è chiaro: passare da un’autonomia che nasce dall’autogoverno a un modello in cui la nostra libertà istituzionale dipende sempre più da mediazioni esterne.


L’accordo UV–FI: un vero punto di rottura

Tutto parte da un documento: l’accordo politico tra Union Valdôtaine e Forza Italia.
Non un’intesa tecnica, non un’alleanza occasionale, ma un patto politico che prevede un referente parlamentare nazionale e persino una commissione di monitoraggio tra Regione e Governo centrale .

Di fatto significa accettare che la Valle d’Aosta non dialoghi più con lo Stato da pari a pari, come ha sempre fatto, ma attraverso un intermediario politico romano, trasformando un rapporto paritario in una forma di autonomia vincolata.

È una novità radicale nella storia dell’autonomia.
Ed è una novità pericolosa.


Autonomia: esercizio o concessione?

L’autonomia valdostana non è mai nata da una concessione.
È frutto di una battaglia politica, di una visione, di uomini e donne che hanno trattato con lo Stato ad armi pari.

Oggi la logica sembra capovolta: si torna a un’autonomia “octroyée”, concessa benevolmente dai ministeri.
È la logica di una autonomia condizionata, che dipende più dall’approvazione dei centri decisionali nazionali che dalla volontà della nostra comunità.

Lo si vede nella bozza di programma: ogni grande tema viene affrontato “in collaborazione”, “in intesa”, “in coordinamento” con Roma.
Il dialogo è necessario, la dipendenza no.


La retorica della sostenibilità (senza uguaglianza)

Nel programma la parola “sostenibilità” ricorre numerose volte.
Ma mancano parole decisive: uguaglianza, giovani, diritti.

La sostenibilità, da sola, è un involucro tecnico.
Senza una direzione sociale, non è in grado di affrontare i problemi reali: servizi che non reggono, famiglie che lasciano la montagna, giovani che partono, disuguaglianze che crescono.

Una politica pubblica non può parlare solo ai tavoli tecnici: deve parlare alle vite delle persone.


Economia e lavoro: quando la tecnocrazia prende il sopravvento

Competitività, attrattività, dinamicità: il lessico è quello dell’economia aziendale.
Mancano invece le parole chiave della dignità del lavoro: salari, precarietà, parità di genere, sicurezza.

Il rischio è chiaro: immaginare che il lavoro sia un effetto collaterale della crescita economica.
Per noi è l’opposto: la crescita è vera solo se genera buona occupazione.

Bandi, incubatori, zone franche sono strumenti utili, ma non sostituiscono una politica del lavoro fondata su diritti, formazione, qualità e opportunità concrete.


Territorio e infrastrutture: serve una visione, non un elenco di grandi opere

Collegamenti intervallivi, seconda canna del Monte Bianco, aeroporto commerciale, Cime Bianche: l’elenco delle opere è sempre lo stesso.

Ma a chi servono davvero?

La Valle d’Aosta ha bisogno di infrastrutture utili ai residenti: trasporto pubblico efficiente, manutenzione ordinaria, ferrovia degna di questo nome, strade comunali sicure.
Non nuove vetrine turistiche travestite da modernità.


Sanità e politiche sociali: il diritto alla salute non è un capitolo di bilancio

Nel capitolo sanità ricorrono parole come “razionalizzazione”, “integrazione”, “collaborazione con il privato accreditato”.

Parole che, troppo spesso, significano meno sanità pubblica e più appalti.
Noi crediamo invece che il futuro della sanità valdostana sia nel rafforzamento del presidio pubblico: medici, infermieri, operatori valorizzati, motivati e messi nelle condizioni di lavorare bene.

La salute non è un settore economico: è un diritto.


Casa, natalità, spopolamento: la vera emergenza ignorata

Il programma riconosce la crisi demografica, ma non propone strumenti adeguati.
Senza politiche per la casa, per i servizi 0–6, per i giovani e per le famiglie, nessuna agevolazione fiscale potrà invertire lo spopolamento.

Servono case accessibili, lavoro stabile, servizi vicini.
Serve una visione: non una Valle che si svuota, ma una Valle che si rigenera.


Energia e beni comuni: la porta delle privatizzazioni

Quando si parla di CVA, di autonomia energetica, di Casinò, compaiono espressioni come “valutare con pragmatismo” l’affidamento ai privati.

È la porta socchiusa delle privatizzazioni.
E in politica, le porte socchiuse finiscono spesso per aprirsi.

Energia, acqua, gioco pubblico non sono settori di profitto: sono leve strategiche dell’autonomia.
Consegnarle al mercato o ai tavoli romani significa consegnare un pezzo della nostra libertà.


Cultura e scuola: il futuro non è un museo

Plurilinguismo, tradizione, identità: temi necessari, ma non sufficienti.
Una scuola autonoma deve essere il luogo dell’innovazione didattica, delle competenze digitali, dell’orientamento, della formazione dei docenti.

Senza questo, rischiamo un’autonomia che conserva ma non crea futuro.


Metodo di governo: tra burocrazia e autogoverno

La bozza di programma sembra un manuale amministrativo: tavoli, piani, bandi, protocolli.

Manca una visione politica.
Manca la partecipazione.
Manca la responsabilità dell’autogoverno.

Un’autonomia vera non è un’autonomia vincolata, gestita per mediazioni permanenti: è capacità di decidere.


L’alternativa progressista

In gioco non c’è solo una Giunta.
Ci sono due idee di autonomia:

  • quella che cerca protezione a Roma e chiama “dialogo” ciò che in realtà è autonomia condizionata;
  • e quella che nasce dalla comunità, dai cittadini, dalla difesa dei beni comuni e da una visione europea e solidale.

Noi scegliamo la seconda.
Quella che non conserva privilegi, ma crea opportunità.
Che non chiede permessi, ma assume responsabilità.

La chiamiamo autonomia progressista.


L’idea di Valle d’Aosta che vogliamo

Immaginiamo una Valle d’Aosta che cammina su due gambe: libertà e giustizia sociale.

Libertà di decidere qui, senza intermediari.
Giustizia sociale per garantire che nessuno resti indietro.

La nostra opposizione non sarà del “no”, ma del “come”:
come governare senza dipendere, come innovare senza perdere identità, come rafforzare la comunità senza delegare ad altri la nostra autonomia.

Un’autonomia non si mendica: si esercita.
E si esercita mettendo al centro le persone, i diritti, i servizi, il territorio, l’uguaglianza.

Un’autonomia che si misura sui rapporti con Roma non è una conquista: è una forma di autonomia vincolata, che rinuncia alla propria forza originaria.

La nostra proposta è diversa: un’autonomia progressista, all’altezza delle sfide e fedele alla Valle d’Aosta.

Dialoghi europei

Commenti

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share This