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MOZIONE CONGRESSUALE: PER UNA NUOVA VALLE D’AOSTA. 
Candidato alla Segreteria regionale: Fulvio Centoz

Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.” 

Giorgio Napolitano

La situazione politica attuale in Italia

La necessità di elaborare un pensiero utile al dibattito sul futuro del nostro partito non può che partire dall’esame della situazione politica che stiamo vivendo.

La sconfitta alle elezioni politiche del febbraio 2013 è stata netta e particolarmente pesante. Infatti, rispetto alle elezioni del 2008, abbiamo perso oltre 3 milioni di voti (per la precisione 3.435.958, che significa una contrazione del 28,4%). La sconfitta è stata ancor più grave se si pensa che i nostri competitori diretti, quelli che avremmo dovuto sconfiggere, hanno perso a loro volta voti consistenti: il PDL ha perso oltre 6 milioni di voti (per la precisione 6.296.744 con una contrazione del 46%) e la Lega Nord oltre 1,5 milioni di voti (per la precisione 1.631.982 con una riduzione rispetto al 2008 del 54%). I dati dimostrano come la mobilità elettorale sia stata massiccia e abbia colpito pesantemente i due partiti maggiori (PD e PDL, quasi 10 milioni di voti) per riversarsi, prevalentemente, su una nuova formazione politica, il Movimento 5 Stelle.

Queste elezioni ci hanno consegnano un quadro sostanzialmente tripolare e completamente diverso dallo schema bipolare della c.d. “Seconda Repubblica”. Rispetto al 1994 (anche allora furono elezioni particolarmente importanti per uscire dalla c.d. “Prima Repubblica”) la situazione è però molto meno frammentata.

Le linee di frattura nella società non sembrano più essere quelle classiche (destra/sinistra – centro/periferia – capitale/lavoro); la forte crescita del M5S sembra ora posizionare la frattura sociale tra “casta/cittadini”, sancendo un discrimine profondo tra chi fa politica nei palazzi e il cittadino medio che fatica ad arrivare a fine mese.

I successivi tentativi di formare un Governo Bersani, l’umiliazione subita dallo stesso ad opera del Movimento 5 Stelle, l’incapacità di eleggere un vero e proprio Presidente della Repubblica di garanzia, le rovinose votazioni concernenti Franco Marini e, soprattutto, Romano Prodi, l’approdo infine al secondo mandato presidenziale di Napolitano hanno fatto emergere l’incapacità di quella classe politica, protagonista e parte in causa del lento processo di declino che l’Italia sta attraversando da ormai un ventennio.Mi sembra di poter affermare che solo a seguito dell’elezione a Segretario Nazionale di Matteo Renzi il PD ha ritrovato la sua vocazione maggioritaria e una nuova spinta propulsiva. Il forte mandato popolare ricevuto in occasione delle ultime primarie ha attribuito al neo Segretario una forte legittimazione, sia dentro sia fuori dal partito, e spostato il baricentro del più grande partito italiano verso una politica più riformista e liberal-democratica.

L’accelerazione impressa da Renzi in quest’ultimo periodo sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali e sui costi della politica sembra poter dare una svolta molto significativa al nostro Paese.

La situazione politica in Valle d’Aosta

Si è già detto e analizzato molto riguardo al voto delle elezioni regionali dello scorso maggio, ma forse conviene ancora una volta ripartire da lì.Lo scenario politico regionale è indubbiamente mutato: non esiste più un movimento egemone sulla scena politica come lo è stata l’Union Valdôtaine fino ad ora.

Se ripercorriamo un po’ la storia degli ultimi 20 anni della politica valdostana, notiamo che nel 1993 il Leone Rampante ottenne 13 consiglieri in un Consiglio regionale dove la presenza dei partiti regionalisti era pari circa al 60% (21 su 35); progressivamente la sua forza è cresciuta, ottenendo, a partire dal 1998, sempre 17/18 seggi, fino alla penultima legislatura, quando ha raggiunto la soglia altissima dell’85% (30 consiglieri su 35). L’UV si è configurata così come il movimento-perno attorno a cui ha ruotato tutta la politica regionale valdostana in questo ventennio.La crescita esponenziale dei partiti autonomisti è un elemento che va studiato attentamente se non vogliamo far passare l’idea che un partito nazionale, federale ed europeo come il PD non è necessario in una Regione Autonoma come la nostra.

Alle ultime elezioni regionali si sono presentate due coalizioni che avrebbero potuto ragionevolmente aspirare alla vittoria: da una parte la maggioranza uscente composta da UV,  SA e FA e dall’altra la coalizione Autonomista, Democratica e Progressista rappresentata dalla neonata UVP, dall’ALPE e dalla lista comprendente il PD e le altre forze di sinistra oltre ad alcuni rappresentanti della società civile (lista PD -Sinistra VdA). Hanno corso invece da soli il M5S, coerentemente con la linea politica seguita in tutt’Italia, il PdL e una nuova formazione di Centrodestra che si richiamava ai valori liberali, denominata LeALI.

Per poche centinaia di voti la coalizione Autonomista Democratica e Progressista non è riuscita ad andare al ballottaggio.

Il risultato complessivo vede formarsi anche in Consiglio Regionale due poli lungo la frattura Destra/Sinistra che si contendono la guida della Regione, ma lo scenario è drasticamente cambiato:

1. FA e il PdL non riescono a superare il quorum (come la neonata LeALI) e la maggioranza uscente è oggi composta solamente da UV e SA;
2. L’UVP, formazione nata solamente 6 mesi prima delle elezioni, ottiene un risultato straordinario partendo da zero;
3. L’ALPE arretra rispetto a cinque anni prima non riuscendo ad ottenere neppure i voti che allora presero Valle d’Aoste Vive e Renouveau Valdôtain messi assieme (ai quali andrebbero aggiunti anche parte dei voti dell’Arcobaleno, tutti confluiti in ALPE) ma mantiene i 5 consiglieri;
4. Il PD perde voti rispetto al 2008. Cinque anni fa, la sola lista del PD prese 6.840 voti; cinque anni dopo la lista PD- Sinistra VDA ottiene 6.401 voti. Sembrano solamente 439 voti in meno; tuttavia, dal momento che nelle ultime elezioni all’interno della lista sono presenti anche altre forze politiche (da cui l’esigenza di modificare il nome alla lista) come Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, Centro Democratico, Socialisti e Associazione Loris Fortuna, i voti persi dal PD nell’arco di un quinquennio sono ben maggiori, quantificabili in circa un migliaio.

Oggi il Consiglio Regionale si presenta diviso praticamente a metà, con 18 consiglieri di maggioranza, sempre in bilico e a rischio ad ogni votazione, e 17 consiglieri di minoranza, dal momento che anche i due eletti del Movimento 5 Stelle si coordinano e lavorano con l’Alleanza Autonomista Democratica e Progressista. Si tratta di un quadro politico al momento ingessato e che non sembra in grado di dare quelle risposte alla società valdostana che essa si attende, soprattutto perché comincia a sentire anch’essa i pesanti effetti della crisi economica.

Occorre quindi anche in Valle d’Aosta un Partito Democratico che sappia cogliere appieno i mutamenti della società e li possa tradurre in indirizzi strategici per i prossimi 20/30 anni.

Occorre un partito di Centrosinistra che sia motore del cambiamento e che sappia riformare il “sistema Valle d’Aosta”, che necessita ormai di una nuova forza propulsiva per uscire dall’impasse e dal difficile momento che stiamo vivendo.

Occorre infine un partito di governo, un partito riformista che non abbia paura di affrontare anche i temi più difficili, che abbia il coraggio di prendere decisioni che possano aiutare davvero i cittadini a far fronte ai problemi più ingenti, e al tempo stesso contribuisca ad attirare a sé anche i voti finora confluiti nei partiti autonomisti.Nel quadro dell’attuale alleanza Autonomista, Democratica e Progressista (e cioè Union Valdôtaine Progressiste, ALPE e PD Sinistra VDA), il nostro partito deve dunque ritrovare una centralità e mostrare la sua capacità di governo per contribuire a costruire una valida alternativa alla maggioranza che governa ora.

Il Partito nel XXI secolo: cos’è il PD oggi e cosa potrebbe diventare

In una società in movimento come quella attuale e nel mezzo di una delle più grandi crisi economiche che l’Occidente abbia mai conosciuto, è importante fare una riflessione sui partiti politici.

Di particolare interesse, a mio parere, è un libro uscito recentemente per Einaudi Editore (2013), Finale di partito, scritto da Marco Revelli. L’autore analizza acutamente la crisi dei tradizionali partiti politici, crisi conclamata che rischia di contagiare le stesse istituzioni democratiche. Secondo i più recenti sondaggi, meno del 5% degli Italiani ha fiducia nei partiti politici, poco più del 10% nel Parlamento. Particolarmente evidente in Italia, il fenomeno è tuttavia generale: ovunque i “contenitori politici” novecenteschi stentano a conservare il consenso, e ovunque cresce un senso di fastidio verso quella che viene considerata una “oligarchia”, separata dal proprio popolo e portatrice di privilegi ingiustificati.

Revelli costruisce un interessante parallelo tra due fenomeni avvenuti in congiunture temporali diverse: l’esplosione dei partiti novecenteschi da una parte e il superamento dell’organizzazione produttiva “fordista” massificata e l’affermarsi di nuove forme organizzative leggere dall’altra (questa lettura della crisi dei partiti di massa come li abbiamo conosciuti fino ad oggi è tra l’altro simile anche  alle recenti riflessioni fatte da Fabrizio Barca all’interno del partito).

L’analisi citata porta anche l’attenzione, in maniera a mio parere del tutto condivisibile, sull’organizzazione dei modelli partitici, strutturati come una pubblica amministrazione, organizzati secondo gerarchie (non sempre condivisibili) e secondo una struttura che ricalca ampiamente la suddivisione per temi propria delle amministrazioni (i forum o i dipartimenti che si occupano dei vari settori non sono nient’altro che la ripartizione dei vari settori della Pubblica amministrazione). In tale quadro, il sistema di finanziamento pubblico, peraltro particolarmente generoso, ha finito con l’accrescere, anche oltre il necessario, questa macchina politica che si alimenta di finanziamenti pubblici e occupa tutto, con una ramificazione ed una estensione senza precedenti.

Ora, a partire da queste considerazioni, si possono fare alcune riflessioni.

Intanto, dal momento che il PD è un partito federale, occorre partire dal presupposto che la struttura ed il funzionamento del partito nazionale non necessariamente devono coincidere con quello locale. Si possono pensare per i livelli locali dove i numeri spesso sono assai più contenuti, strutture più leggere e più snelle. Allo stesso tempo però il nostro partito deve mantenere un respiro nazionale ed europeo e deve poter dialogare alla pari con gli organismi dirigenziali nazionali.

Urge, per esempio, istituire una Conferenza dei Segretari Regionali, come momento di confronto e dibattito sullo stato del regionalismo e sulle proposte per riformarlo. Sempre in questa direzione diventa, a mio parere, strategico un raccordo stretto con i Segretari Regionali del PD delle altre Regioni e Province autonome per condurre battaglie comuni sui temi dell’autonomia. La grande trazione di Sinistra in Italia ha sicuramente molto da dire e da raccontare su questa materia, essa può contribuire in maniera significativa al ripensamento di un autonomismo che non sia puramente assistenziale ma che sia inclusivo, che, nel mantenimento delle differenze, non si chiuda in un becero micronazionalismo, ma sappia guardare all’Europa come luogo di intreccio di culture che hanno saputo, negli ultimi decenni, progredire nella pace.

Su un altro versante, il partito che vorrei promuove il dibattito e la crescita dei circoli territoriali avendo però anche cura di rivedere l’organizzazione attuale, sia per renderla più funzionale, sia per incentivare nuove forme di aggregazione lungo tutta la Valle. Un aiuto importante potrà venire anche dalle nuove tecnologie, dalle forme di partecipazione virtuale, dai social networks, dalle piattaforme come Liqueed Feedback che non possono in alcun modo sostituire il contatto umano, ma che possono essere importanti risorse nell’organizzazione di un partito che vuole essere presente sul territorio avendo cura di limitare le spese.

Il taglio ai costi della politica ci obbligherà sia a rivedere l’organizzazione interna sia a ripensare alle nostre forme di comunicazione politica ed in primis alla storica testata “Le Travail”, che deve poter continuare a svolgere la sua fondamentale funzione di divulgazione e informazione agli aderenti e simpatizzanti.Un ruolo strategico dovrà averlo Aosta, non solo perché capitale della nostra Regione ma perché luogo di forte tradizione di sinistra in cui il PD può e deve giocare un ruolo importante, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.

Spero dunque in un partito snello, attento ai costi, presente sul territorio nelle istituzioni e vicino alla gente, un partito inclusivo e aperto alla società civile; sogno un partito coraggioso sulle riforme da affrontare, un partito con l’ambizione di governo che non ha paura di sostenere posizioni anche impopolari e difficili perché il momento storico richiede questa capacità di mettersi in gioco fino in fondo, soprattutto per le generazioni che verranno dopo di noi.

Il Partito democratico che vorrei per una nuova Valle d’Aosta avrà cura di sviluppare alcuni temi che io ritengo fondamentali e che vado ora ad analizzare in dettaglio. 

1. Il lavoro, lo sviluppo economico e un nuovo modello Valle d’Aosta

La recessione che ha colpito l’Occidente dal 2007 sta mostrando solo adesso in Valle d’Aosta i segni evidenti di una crisi che per noi, più che altrove, è una crisi di sistema.

Se il modello di sviluppo che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni si è basato quasi esclusivamente sulla spesa pubblica (dalle assunzioni dirette o indirette nelle partecipate, ai contributi, alle più svariate attività economiche), esso ci ha comunque permesso di crescere e di ottenere un livello di benessere elevato. In questi ultimi 3 anni questo modello è entrato irrimediabilmente in crisi e non sarà più replicabile in futuro.Occorre quindi reinventare un modello economico per la nostra Regione ed immaginare una crescita che possa derivare dalla creazione di imprese che offrano uno sbocco lavorativo alle future generazioni. È del tutto evidente che un sistema basato sulla spesa pubblica, oltre ad essere fonte di inefficienze e di clientelismi, ha finito per diventare un sistema chiuso e autarchico, in cui si è creduto di bastare a sé stessi. Occorre quindi invertire la rotta, ma non basta.

Intanto, va ricordato che il capitale umano è di fondamentale importanza. Serve quindi innovare il sistema della formazione professionale favorendo la valorizzazione e la certificazione delle competenze al fine di creare un sistema di riconoscimento formale di crediti finalizzati all’acquisizione di certificazioni riconosciute a livello europeo. Parallelamente occorre predisporre un piano per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del Lavoro sia come avvio al primo lavoro sia come sostegno a chi vuole avviare un’impresa, un laboratorio artigianale, o  un’attività commerciale.

Inoltre, secondo il mio modesto parere, è necessario investire per creare un modello distrettuale, inteso come forma di organizzazione della produzione della piccola e media impresa, in cui il territorio svolge la funzione di infrastruttura di integrazione economica, istituzionale e cognitiva. In tal direzione, la Regione dovrebbe gradualmente uscire da molti settori che non le competono e favorire l’ingresso di privati, mentre dovrebbe concentrarsi nell’organizzare e regolamentare (in omaggio alla natura delle Regioni quali enti di programmazione), insieme con il vicino Canavese, un sistema distrettuale che possa, per esempio, gradualmente rimpiazzare l’indotto dell’auto, ormai pesantemente ridotto rispetto al peso che aveva negli anni ’80 e ’90 nell’area del nord-ovest.  Il problema che dobbiamo porci è quale modello distrettuale si può immaginare per il futuro della Valle d’Aosta. Ad un ovvio distretto turistico si potrebbe aggiungere un distretto legato alla green economy, alle energie rinnovabili, alle soluzioni per l’efficienza energetica e a tutte quelle forme di alta specializzazione tipiche di questo settore e/o comunque legati alla montagna. Per tutto ciò, è necessario creare una forte sinergia con il territorio del vicino Canavese, zona che ha bisogno anch’essa di reinventare una politica industriale: creare un unico distretto integrato con la nostra Bassa Valle permetterebbe sia alla Valle d’Aosta che all’Alto Piemonte di costituirsi in sistema con tutti i vantaggi che ne derivano.

2. Le riforme istituzionali

Ripensare la nostra autonomia diventa fondamentale poiché, da un lato, il bilancio regionale ha subito negli ultimi anni tagli notevoli che impongono delle scelte drastiche e, dall’altro, la normativa europea, sempre più invasiva, ci pone all’interno di un mercato unico nel quale spesso fatichiamo a trovare la nostra dimensione.

Diventa allora fondamentale ridiscutere gli accordi sul Federalismo fiscale, firmati a suo tempo con il Governo Berlusconi, per impostare con chiarezza i rapporti tra Stato e Regione, perseguendo quel principio dell’intesa che meglio potrebbe tutelare le nostre prerogative.

Allo stesso tempo, diventa improrogabile ridefinire l’assetto istituzionale della nostra Regione e dei nostri Enti locali.

Quanto al primo, di primaria importanza è la modifica della legge elettorale che ha mostrato tutti i suoi limiti alle ultime elezioni regionali. Solamente la Regione Valle d’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano hanno una forma di governo “parlamentare” avendo ormai optato tutte le altre Regioni e tutti gli Enti locali (ivi comprese le province) per un sistema di tipo “presidenziale” con l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (Sindaco, Presidente di Regione, Presidente di Provincia).

Anche nella nostra piccola Regione si impone dunque una scelta. E poiché abbracciare un sistema piuttosto che un altro non è privo di conseguenze, il PD non ha remore a sedersi attorno ad un tavolo per discutere di riforme che vadano nella direzione di un sistema maggioritario e bipolare. Se le opzioni possono infatti essere molteplici, resta primario l’obiettivo di introdurre un vero e proprio sistema maggioritario, di trovare un meccanismo che consenta a coloro che hanno vinto le elezioni di governare e di limitare il controllo del voto che una piccola realtà come la nostra e le tre preferenze favoriscono.Senza stravolgere la nostra istituzione, credo che l’attuale meccanismo della c.d. “sfiducia costruttiva” (ossia il principio secondo cui per presentare una mozione di sfiducia è necessaria, contestualmente, la presentazione di un programma e di un governo alternativo) potrebbe accompagnarsi tanto con una legge maggioritaria come il doppio turno di collegio quanto con un sistema proporzionale con premio di maggioranza che sia però più chiaro del sistema attuale (per esempio, il premio dovrebbe andare alla lista o coalizione che raggiunge il 40% dei voti, valutando l’opportunità del ballottaggio, con una sola preferenza, oppure con la doppia preferenza di genere).

Per quanto riguarda invece i comuni, la loro riforma è sul tappeto e non può più essere rinviata. La bozza elaborata dal CELVA nel luglio del 2013 presenta, a mio avviso, un punto di grande debolezza: i livelli di governo della nostra Regione rimangono tre mentre in una Regione di 120 mila abitanti potrebbero essere più che sufficienti due livelli di governo, il comune e la Regione. Tale impostazione, però, presuppone dei comuni più grandi e più strutturati, che possano garantire una serie di funzioni e servizi, mentre i servizi che necessitano di una dimensione più vasta dovrebbero necessariamente essere gestiti a livello regionale.Il principio dovrebbe essere quello di diventare grandi per contare di più, sulla scia di quanto sta avvenendo nella vicina Svizzera.

Prendendo in considerazione la conformazione della nostra Regione, che vede, normalmente,  più comuni di modeste dimensioni dislocati lungo le vallate laterali e uno o più comuni di dimensioni maggiori all’imbocco delle stesse, le nuove aggregazioni comunali potrebbero gestire in forma associata le funzioni comunali individuando come ambito ottimale per le funzioni l’intera vallata.Per la c.d. Plaine, cioè Aosta e i comuni limitrofi, il discorso invece è, a mio parere, un po’ diverso: dovremmo cominciare a immaginarli come parte di un unico agglomerato urbano che ha sue esigenze proprie e problematiche specifiche.

Nel corso degli ultimi anni, il ruolo dell’agglomerato ha conquistato un’importanza maggiore all’interno dell’organizzazione degli Stati moderni. Tanto le piccole quanto le grandi zone urbane rivestono infatti una particolare importanza quali promotori della vita economica del Paese. Un esempio in tal senso è quello di Lugano, in Svizzera, che nel 2002 ha aggregato a sé diversi comuni limitrofi aumentando del doppio il suo territorio comunale e di 1/3 la propria popolazione. Questo processo è servito per dare respiro al territorio urbano e consentire a Lugano di trovare nuove aree edificabili in cui potersi estendere, mentre ha offerto ai comuni limitrofi, talvolta di grande estensione territoriale e poco popolati, la possibilità di ridurre le spese e di coordinarsi con piani regolatori più adeguati.Infine, la necessaria riforma della finanza degli Enti locali non potrà che prevedere, al fine di incentivare le varie forme aggregative (convenzioni, associazioni o fusioni), dei trasferimenti aggiuntivi per quegli enti che, una volta definito il quadro generale, vogliano spingersi oltre le semplici convenzioni, e vogliano magari mettere in piedi delle unioni di comuni oppure  intraprendere la strada della fusione: strade, queste ultime, che devono essere intraprese dopo una consultazione con i cittadini e che devono essere frutto di una libera adesione.

3. La scuola e l’istruzione

La scuola e l’istruzione rappresentano la chiave fondamentale per uscire da questa lunga recessione economica. Il ripensamento di alcune prassi e di alcune scelte è d’obbligo nell’ottica di una razionalizzazione dei costi, del miglioramento delle pratiche pedagogiche e dell’attenzione a coloro che si operano perché i nostri figli possano avere un futuro migliore, ossia il personale scolastico.  I pesanti tagli che la nostra Regione ha subito ci obbligano, a mio parere, ad iniziare a ripensare alla struttura del nostro sistema scolastico,  che ha sempre cercato di valorizzare le piccole scuole di montagna.Mi rendo conto che sarebbe un passaggio cruciale, che potrebbe creare malumori e polemiche, tuttavia credo sia giunto il tempo, come dicevamo all’inizio, di porre sul piatto anche questa questione così spinosa.

Durante la mia esperienza come sindaco di Rhêmes-Notre-Dame, ho molto riflettuto sui costi/benefici di tali tipologie di scuola con pochi alunni e piuttosto isolate.  Senza entrare in dettagli ed esempi che ci porterebbero via troppo tempo, si pongono alla nostra attenzione alcune questioni fondamentali.

La prima è economica e concerne i costi, che, considerata la congiuntura storica in cui ci troviamo a vivere, stanno diventando sempre più insostenibili. La seconda questione è di tipo didattico-pedagogico: siamo sicuri che queste scuole siano la forma più idonea ad assicurare la crescita e lo sviluppo psico-fisico dei nostri figli? La pluriclasse è la forma più idonea alla crescita di questi bambini? Credo che la letteratura in merito sia quanto meno controversa.

Certo, non si può negare che la soppressione di tali sedi costituirebbe un problema per i residenti nonché una delle concause del cosiddetto spopolamento della montagna (fermo restando che il primo fattore che favorisce il ripopolamento resta comunque il lavoro, le possibilità di impiego che hanno da offrire tali zone di montagna).

Senza dunque rinnegare il nostro passato, io credo sia urgente procedere ad una riorganizzazione del sistema, mantenendo importanti presidi scolastici sul territorio, ma accorpando e razionalizzando alcune sedi scolastiche, magari seguendo l’impostazione di riforma degli Enti locali. È del tutto evidente che una riorganizzazione così complessa e difficoltosa che tocca direttamente molteplici interessi primari (degli alunni e dei genitori, degli insegnanti e del personale scolastico tutto, ma anche degli enti coinvolti che devono organizzare il trasporto pubblico locale, motore primario di questa riforma) non potrà che avvenire in seguito ad un adeguato dibattito in cui  possano venire alla luce le soluzioni più opportune, con la partecipazione attiva di tutti i membri coinvolti.

Altra questione assai spinosa su cui, a mio parere, è necessario riflettere è quella del sistema contrattuale della scuola. Credo che sia giunto il tempo in cui anche noi ci interroghiamo se non sia piuttosto necessario fare un percorso insieme anche a tutte le organizzazioni sindacali (anche con quelle che si sono espresse in maniera diversa sulla questione) per discutere dell’eventuale regionalizzazione del contratto degli insegnanti, nonché dell’introduzione di un idoneo sistema di valutazione dei docenti basato anche su parametri di merito, finora del tutto assenti.

4. L’Università

Negli ultimi vent’anni le due riforme più importanti dell’Università (l’introduzione dell’autonomia universitaria e del “modello 3+2”) hanno prodotto una notevole espansione dell’offerta, alla quale hanno contribuito in maniera determinante una domanda crescente di istruzione universitaria proveniente dai diplomati della scuola secondaria e contemporaneamente la pressione degli enti locali che consideravano motivo di prestigio avere l’università sotto casa. Tuttavia, l’aumento dell’offerta universitaria e il conseguente aumento di iscritti all’università non si è tradotto in un complessivo aumento di laureati, segno evidente che ancora oggi esistono troppi abbandoni e che il “modello 3+2” ha finito con il creare un livello di laurea, quello triennale, poco spendibile perché non ritenuto particolarmente formativo dalle imprese.

Anche in Valle d’Aosta dunque, dove la questione dell’università è in via di sviluppo, è necessario riflettere su alcuni punti.

Al di là delle diatribe sul campus universitario e sulle facoltà che in esso dovrebbero trovare posto e degli interrogativi sull’opportunità di ampliare un’offerta formativa in un contesto come il nostro dove il numero degli iscritti è assai ridotto, bisognerebbe, a mio parere, puntare sulla formazione specialistica finalizzata all’apprendimento di un mestiere, come già avvenuto in altre Regioni italiane.

Si tratta di investire sugli Istituti Tecnici Superiori (ITS) che sono “scuole ad alta specializzazione tecnologica”, nate per rispondere alla domanda delle imprese che necessitano di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche. Esse formano tecnici superiori nelle aree tecnologiche strategiche per lo sviluppo economico e la competitività  e costituiscono il segmento di formazione terziaria non universitaria.

Tali “scuole di specializzazione” in collaborazione con un numero di imprese localizzate sul territorio organizzano un corso di laurea triennale di specializzazione tecnica. Lo studente lavoratore acquisisce metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università. Sia le imprese sia l’università mettono a disposizione un tutor che segue il ragazzo in università e in azienda. Lo studente è formalmente impiegato presso l’impresa con un contratto di apprendistato della durata di tre anni, ma l’azienda non ha alcun obbligo di assumere il giovane con un contratto unico di inserimento alla fine del triennio.

In Valle, tale tipo di percorso didattico potrebbe facilmente essere intrapreso per le professioni turistiche, per le professioni legate alla montagna e alla tutela ambientale, oltre che per le professioni sanitarie. Si tratta dunque di ripensare il sistema universitario valdostano per orientarlo ad una o più specializzazioni tecniche finalizzate a creare giovani preparati e già inseriti nel mondo del lavoro.

Al tempo stesso per gli studenti migliori occorre, a mio parere, prevedere delle borse di studio perché i nostri talenti migliori possano andare anche all’estero, nelle migliori Università, magari vincolando le agevolazioni alla necessità di rientrare al termine degli studi, per spendere le conoscenze acquisite sul nostro territorio.

5. La sanità e il welfare

Questo è il capitolo più sostanzioso, in termini di bilancio, di tutte le regioni e lo è anche per la nostra piccola realtà.

L’obiettivo strategico non può che essere quello di dotare la nuova Valle d’Aosta di un unico presidio ospedaliero, moderno, affidabile e funzionale ad una realtà di montagna come la nostra.

Non è più accettabile rinviare o tergiversare sull’unica grande opera di cui la nostra Regione ha davvero bisogno. Occorre rivedere i costi avendo cura di eliminare il superfluo, definire una tempistica certa e attuabile e programmare l’investimento.

Parallelamente occorre rivedere il sistema di welfare valdostano: è necessario mantenere una sua diffusione quanto più capillare possibile sul territorio ma rivalutarne le modalità di gestione, perché bisogna al tempo stesso garantire servizi necessari ed importanti e far quadrare i bilanci delle amministrazioni, purtroppo sempre più scarni. Per fare un esempio, si impone la necessità di rivedere le modalità di gestione delle nostre micro-comunità per anziani e i servizi di assistenza anziani domiciliari: bisognerebbe trasferire la loro titolarità in capo alla Regione per una gestione unitaria e più uniforme su tutto il territorio, prevedere una differenziazione ed una specializzazione delle varie strutture, valutando anche l’eventuale chiusura o la trasformazione di quelle più piccole e dunque più antieconomiche e/o possibili forme di esternalizzazione della gestione. In particolare, a mio avviso, dovrebbero rimanere sotto la diretta gestione dell’Ente pubblico quelle strutture che accolgono i pazienti meno autosufficienti e più bisognosi di personale infermieristico (strutture, quindi, semi-ospedaliere), mentre i servizi per gli anziani più autosufficienti e l’assistenza domiciliare potrebbero anche essere erogati da soggetti terzi, debitamente controllati ed accreditati per assicurarne la qualità ed il rispetto delle normative di tutela dei lavoratori.

Più in generale, le nuove forme di povertà che stanno crescendo vanno contrastate sia col lavoro sia con un welfare riorganizzato per affrontare questa emergenza, ad esempio rafforzando i sostegni attuali con un reddito minimo garantito che possa fungere da ammortizzatore universale. L’inclusione sociale non può ridursi ad un mero sostegno economico – come fu la c.d. “social card” – ma deve configurarsi come un adeguato “mix” tra sostegno al reddito e forme attive di partecipazione alla società. La famiglia infine, intesa come nucleo familiare riconosciuto dalla legge, deve diventare il punto di riferimento delle politiche sociali; non può essere utilizzata come ammortizzatore sociale bensì come motore di una società più solidale e armoniosa. 

7. Il superamento delle disuguaglianze e il riconoscimento delle differenze

Nella società attuale che è sempre più complessa, multietnica e diversificata, si deve porre attenzione alle differenze e pensare ai valori della convivenza con un impegno concreto contro le discriminazioni e le prevaricazioni. La diversità di genere rappresenta la prima e più immediata delle differenze. Lo sviluppo della nostra società passa anche dalla valorizzazione di ruoli distinti, propri del mondo maschile e femminile. Non voglio dunque parlare di “questione femminile” ma di valorizzazione dello sguardo femminile necessario per affrontare non solo tematiche “femminili” ma la globalità dei problemi. Non intendo trattare un tema specifico riguardante il genere, ma portare all’attenzione temi quali l’occupazione, il mantenimento del sistema di welfare,  la lotta contro la violenza sulle donne.

Naturalmente credo che la responsabilità di un partito moderno debba dimostrarsi nelle pratiche da attuare concretamente e immediatamente anche al proprio interno: esso deve mostrarsi  capace di stimolare e incoraggiare il coinvolgimento, la formazione e l’inserimento di donne nella politica attiva, radicando nella società il convincimento che nessuna differenza esista fra i generi per la pratica politica.      

8. Il sistema di trasporto pubblico locale

Lo si accennava nel capitolo sulla scuola: poiché una parte dei fruitori del trasporto pubblico locale è costituita dai ragazzi in età scolare, una programmazione del trasporto in funzione della scuola e della sua dislocazione territoriale è di fondamentale importanza; allo stesso modo, il sistema scolastico nel suo complesso dovrebbe prevedere un necessario coordinamento con il sistema dei trasporti al fine di offrire un servizio ottimale evitando gli sprechi.

Risulta di vitale importanza creare una stretta integrazione tra trasporto su gomma e trasporto su rotaia al fine di evitare inutili duplicazioni di corse e poter così valorizzare la nostra linea ferroviaria che copre quasi tutto l’asse centrale, per esempio studiando forme di integrazione del biglietto che consentano ai cittadini di usare indifferentemente qualunque mezzo pubblico per raggiungere la propria meta e favorendo quindi una mobilità sostenibile. Tali prospettive dovrebbero poi trovare una spinta notevole in ambito turistico al fine di consentire al turista che visita la nostra Regione di spostarsi agevolmente sul territorio valdostano, utilizzando con semplicità i vari mezzi pubblici, anche alternativi, in un vero e proprio sistema integrato.

Potenziare la ferrovia lungo l’asse centrale ed integrarla con un sistema di trasporto su gomma per servire le vallate laterali potrebbe portare ad un miglioramento del servizio e ad una riduzione dei costi.

9. Il turismo, la cultura, l’ambiente e l’agricoltura

Il turismo può essere ancora una volta una delle eccellenze esclusive che la nostra terra propone, grazie sì al suo territorio e al suo ambiente, ma anche in forza di un sistema di ospitalità che punti a migliorare gli standards. Infatti il PIL del turismo rappresenta una fetta notevole dell’economia valdostana con importanti prospettive di miglioramento e di crescita. L’ascesa del turismo nella scala dei valori produttivi e d’immagine della Valle d’Aosta ha contribuito anche alla tutela e alla qualificazione ambientale.

Assume una fondamentale importanza garantire lo sviluppo autonomo e libero della cultura locale, favorendo la collaborazione e le relazioni con altri ambienti culturali europei così come la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali, intesi nella loro accezione più ampia ( non solo i beni fisici ma anche il patrimonio culturale, storico, ambientale, ecc.), ivi compresa l’Area Megalitica, che deve diventare accessibile nel più breve tempo possibile.

Urgente è tuttavia ripensare la governance del sistema della promozione turistica, in primo luogo chiarendo “chi fa che cosa”, ossia definendo le specifiche e diverse mansioni dell’Office du Tourisme, dei consorzi turistici, dei soggetti terzi che a vario titolo interagiscono in ambito turistico (es. Fondation Grand Paradis), degli enti locali e della Regione.

In secondo luogo, bisognerà puntare su un osservatorio del turismo che consenta agli operatori e agli attori del turismo di fare delle scelte sulla base di dati certi ed oggettivi.

Il turismo, la cultura, l’ambiente e l’agricoltura non possono che essere, a mio parere, settori che sempre più dovranno integrarsi e intrecciarsi: se è vero che il turista viene nella nostra Regione per le sue bellezze naturali, per scoprire la nostra cultura e le nostre tradizioni, è altrettanto vero che la cura delle nostre bellezze naturali dovrebbe essere il nostro primo obiettivo. Da questo punto di vista la valorizzazione ed il sostegno all’agricoltura sono quindi indispensabili anche per la tutela del nostro territorio, così come l’attuazione di politiche volte alla riduzione dei rifiuti, al riuso e al riciclo sono strumenti fondamentali in un’ottica di promozione di un territorio “eco-compatibile” (ed in tal direzione è quasi superfluo ricordare che rimane di primaria importanza dare immediata attuazione alla volontà che i cittadini hanno espresso con il voto referendario contro il pirogassificatore). La formazione, infine, rimane un aspetto fondamentale e strategico per il miglioramento ed il potenziamento del sistema turistico. Serve un sistema, una filiera della formazione e dell’istruzione articolata ed efficiente, nella quale può essere di assoluto interesse e rilevanza l’attivazione di un percorso di specializzazione tecnica (come abbiamo già spiegato nel capitolo sull’università) che dia un’opportunità più articolata agli studenti che si diplomano alla scuola Alberghiera. Al tempo stesso, a quello turistico va sempre più legato il comparto dell’agricoltura per la sua funzione di salvaguardia, cura e valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Il rapporto tra i due settori è di natura strategica, anche dal punto di vista economico, ed un impegno particolare dovrà essere posto per rafforzarlo anche attraverso iniziative di natura legislativa, oltreché specifici progetti e destinazione di risorse.

10. La riforma della pubblica amministrazione e la burocrazia

Ultimo ma non meno importante è il capitolo attinente alla riforma della pubblica amministrazione e alla necessità di intervenire per alleggerire il peso della burocrazia.

La Banca Mondiale ha calcolato che la gestione amministrativa e fiscale a carico dell’imprenditoria italiana occupa mediamente 36 giorni lavorativi l’anno, ovvero il 76% in più rispetto alla media europea ed il 46% in più rispetto ai paesi dell’OCSE. Il costo dello start-up di impresa, ovvero l’apertura di una nuova attività, si attesta in Italia al 18,6% del reddito pro-capite contro una media OCSE del 5,6%.

La mia piccola esperienza di amministratore mi ha dato la possibilità di misurarmi personalmente con il peso e le complessità della burocrazia. Nel corso di questi ultimi 3 anni il Comune di Rhêmes-Notre-Dame si è occupato principalmente dell’ammodernamento del nostro domaine skiable, un intervento fondamentale e strategico per la nostra vallata con un costo d’investimento di circa 3,5 milioni di euro. L’iter amministrativo è stato particolarmente complesso sia perché un piccolo comune spesso non ha le risorse umane e le specializzazioni necessarie a seguire appalti così complessi, sia perché gli enti coinvolti che hanno rilasciato il loro parere erano diversi. Oggi possiamo vantare una nuova seggiovia, ma l’intervento è stato particolarmente lungo e difficile. I primi studi di fattibilità risalgono agli anni 2008/2009, a cui sono seguiti la progettazione preliminare e la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale: in pratica sono stati spesi più di tre anni in adempimenti burocratici per ottenere le necessarie autorizzazioni e per appaltare un’opera che ha richiesto circa 4 mesi di lavori effettivi! Il tutto condito anche da contraddizioni: dal momento che la seggiovia si trova in parte nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, quest’ultimo ha dovuto essere coinvolto per il parere sulla compatibilità dell’intervento nell’area protetta. Il medesimo parere si è dovuto richiedere anche al servizio Aree Protette della Regione, con un notevole appesantimento della procedura, oltre al rischio di trovarsi con due pareri divergenti.

Questa piccola esperienza è esemplare delle difficoltà che gli amministratori, ma anche i singoli cittadini e le imprese, incontrano ogni giorno quando si interfacciano  con la pubblica amministrazione. È evidente che in tutte quelle materie ove la Valle d’Aosta ha competenza primaria, e per quanto possibile anche nelle altre, si dovrebbe intervenire per cercare di snellire e semplificare le procedure, non solo nei tempi ma anche nella quantità dei soggetti coinvolti. In Valle d’Aosta il tema è importante anche in considerazione del peso che la pubblica amministrazione ha sulla nostra economia. La riduzione dei costi dell’apparato burocratico e la riorganizzazione di tutto il comparto unico sarà uno dei temi centrali dei prossimi anni: il blocco delle assunzioni, la mobilità del personale, la riorganizzazione degli uffici e dei servizi investirà la nostra comunità con scelte difficili, in nome delle quali bisogna discernere e operare per cercare di salvaguardare il più possibile l’occupazione e le professionalità che oggi operano all’interno della pubblica amministrazione.

A conclusione di questa veloce panoramica che dovrebbe servire ad illustrare l’orientamento politico-programmatico che mi piacerebbe dare al Partito Democratico della Valle d’Aosta vorrei precisare come queste linee generali (neppure esaustive) dovranno essere approfondite e discusse prima all’interno e poi all’esterno del nostro Partito.

L’impegno che vorrei prendere con gli iscritti e i sostenitori è quello di far crescere non solo numericamente ma anche e soprattutto dal punto di vista della cultura politica e del dibattito formativo il nostro Partito, perché nessuna comunità è realmente libera e autonoma se non è in grado di autogestirsi. Occorre formare una nuova classe dirigente per dare risposte concrete alla gente e costruire una visione di medio lungo periodo. Non è una singola persona che cambierà la nostra piccola regione, ma un gruppo di persone che con impegno e dedizione si occuperanno della res publica nei prossimi anni.

Per questi motivi vi chiedo di darmi una mano per una nuova Valle d’Aosta!

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