Con la fiducia espressa da entrambi i rami del Parlamento inizia ufficialmente il suo cammino il “Governo del Paese” presieduto dal Prof. Mario Draghi. Non mi interessa ripercorrere la storia recente per attribuire responsabilità o stabilire chi avesse ragione oppure torto, se era giusto o meno aprire una crisi al buio, se l’esperienza del Governo Conte II sia stata positiva ovvero abbia avuto anche aspetti negativi e dei limiti strutturali che ne hanno – alla fine – determinato la caduta. Sono molto più interessato alle prospettive politiche che si aprono ora, tanto in Italia quanto nella nostra piccola Regione. Provo a schematizzarle e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.

Le prospettive politiche che si aprono in Italia.

Il mondo conosce, nel 2016, una improvvisa sferzata populista e di destra con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca e il referendum inglese sulla “Brexit”. In Italia questa ondata arriva nel 2018 quando si afferma per la prima volta nel mondo occidentale, un governo populista, di destra, euroscettico (il Governo Conte I) che approva due provvedimenti “bandiera” (Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza) emblematici di quella stagione.  Lo compongono il M5S che risulta la lista più votata e la Lega di Salvini che ottiene un risultato inatteso.

Poi la svolta: prima con il Governo Conte II attraverso il quale l’alleanza giallo-verde viene sostituita con l’alleanza giallo-rossa, la quale pur con mille difetti e con molti limiti ha consentito di fermare l’ascesa che sembrava inarrestabile di Salvini ed ha riportato il M5S (o almeno una parte consistente di esso) dentro un alveo democratico, progressista ed europeista; poi con l’attuale Governo Draghi che ha imposto una conversione ad U della Lega: da sovranista antieuropea si è riscoperta popolare e convinta sostenitrice dell’Europa. Che la conversione di questi due partiti da posizioni populiste, anti-atlantiche e anti europeiste a posizioni odierne di sostegno convinto all’ex banchiere centrale dell’Europa sia una conseguenza, non solo di quest’ultimo anno di governo, ma anche del mutamento del quadro internazionale con la vittoria di Biden in America, credo sia palese a tutti.

Che succede ora? Mi pare del tutto evidente che l’affievolirsi (non del tutto scomparsa) della pulsione populista e nazionalista così forte nel 2018, lasci spazio ad un campo europeista che racchiude tutti i partiti che oggi sostengo il Governo Draghi. Su questa larga maggioranza che avrà il compito di gestire la pandemia, occuparsi della vaccinazione di massa e immaginare la ricostruzione anche grazie al Recovery Fund si dovrà innestare il quadro politico del futuro, che non potrà che svilupparsi lungo due direttrici, anche molto diverse tra di loro. Infatti, se optiamo (come era parso fino ad oggi, anche a seguito del taglio dei parlamentari con la recente riforma costituzionale e visti gli accordi della ex maggioranza) per un sistema proporzionale con uno sbarramento al 5%, e quindi un sistema simile a quello “tedesco”, anche lo scenario politico si potrebbe consolidare in quella direzione. Un PD che assomiglierà alla SPD, un a Lega e pezzi di FI che diventeranno i popolari della CDU, un polo liberale (costituito da Renzi, Calenda e +Eu) simile all’FDP tedesca, i 5S che sembrerebbero orientati (almeno nelle dichiarazioni di Grillo sul Ministro della transizione ecologica) ad inseguire i “Die Grunen” della Germania e una Meloni che ricoprirà l’area di estrema destra come in Germania sta facendo AFD. Insomma, una composizione del quadro politico molto simile al Parlamento europeo e alla Germania. Se invece, opzione che di gran lunga preferisco, completiamo l’eterna transizione italiana versa una compiuta democrazia dell’alternanza, riscopriamo il Partito Democratico del Lingotto (2007), torniamo alla vocazione maggioritaria (che non vuol dire autosufficienza, isolamento o velleità di arrivare da soli al 51% dei voti, ma vuol dire riscoprire la natura del PD come partito che ha l’ambizione di parlare alla società nel suo complesso e non solo ad una singola constituency, appaltando ad altri la rappresentanza di pezzi di società) e introduciamo finalmente in Italia un sistema bipolare (cdx vs. csx) in cui il PD da una parte e il futuro partito popolare italiano (la nuova collocazione della Lega e FI) dall’altra, costruiscono alleanze programmatiche e si alterano alla guida del Paese. Esattamente come avviene nei comuni con più di 15.000 abitanti. E proprio in quella direzione a me piacerebbe che l’Italia si muovesse utilizzando questo momento di “doverosa unità nazionale” mettendo in campo due riforme che potrebbero finalmente portarci nella Seconda Repubblica che non è mai realmente nata:

  • la prima: avendo ridotto a 600 i parlamentari (400 deputati e 200 senatori) ed essendo in discussione alcune norme costituzionali che tendono ad eliminare le differenze tra i due rami del parlamento perché non prendere la palla al balzo e istituire il monocameralismo? unificare Camera e Senato in un’unica assemblea di 600 eletti, ridurre i costi burocratici di funzionamento, eliminare il bicameralismo perfetto e individuare altre soluzioni per il rapporto tra Stato e Regioni (ad esempio agendo sul sistema delle Conferenze oppure con una nuova camera di rappresentanza delle regioni ove siedano i consiglieri regionali);
  • la seconda: una nuova legge elettorale per l’unica camera politica che renda stabile il sistema. Il proporzionale con il premio di maggioranza che verrebbe attribuito (340 parlamentari su 600) al partito o coalizione che ottiene più voti in un turno di ballottaggio ove si scontrano le prime due coalizioni che non abbiano raggiunto il 50% + 1 dei voti.

Le prospettive in Valle d’Aosta

Anche in Valle d’Aosta si aprono scenari interessanti, partendo però da una situazione molto diversa rispetto al nazionale. Intanto lo scenario politico oggi ruota introno a tre blocchi (Lega, autonomisti, PCP) con i secondi che si sono alleati per contrastare il primo ma con ancora evidenti contraddizioni e differenze al proprio interno che infatti si ripercuotono sull’azione del Governo regionale in questa fase iniziale della legislatura.

La situazione sociale è, per molti aspetti, più complicata rispetto al resto del Paese. Veniamo da 5/6 anni di pesante instabilità istituzionale che ha bloccato le necessarie riforme di sistema per risolvere problemi che ci trasciniamo da anni e che devono ancora essere affrontati e risolti (il Trasporto ferroviario, l’ospedale nuovo, la riforma della sanità e del welfare, il sistema delle autonomie e le modalità di finanziamento degli enti locali, la pubblica amministrazione e la burocrazia, il sistema delle società partecipate con in cima il nodo CVA e le concessioni idroelettriche, ecc…), una profonda crisi morale e la presenza della criminalità organizzata, oggi certificata da alcune sentenze che non possono più essere ignorate (ma su questo tema permane la sensazione che il processo Geenna sia stata una parentesi e non ci sia invece la consapevolezza che la Valle d’Aosta, nei prossimi decenni, sarà attenzionata costantemente per la presenza accertata di criminalità organizzata che inciderà notevolmente sulla gestione del potere nella nostra Regione) e, infine, la pesante crisi post pandemia che sta avendo ripercussioni profonde e durature sul turismo e sul commercio valdostano.

Questi tre elementi (crisi istituzionale, crisi morale, crisi economico/sociale) si innestano su un tessuto già molto debole per la presenza di una società molto frammentata, molto fragile e decisamente anziana, per l’incapacità di aprirsi ad una vera economia di mercato (mentre oggi non esiste una vera economia valdostana che non sia in qualche modo supportata dal pubblico, se si esclude la Cogne Acciai Speciali). Il settore dei piccoli artigiani è in calo pesante, così come sono in calo i prezzi dell’immobiliare. Si comincia a parale di idrogeno ma non si intravede una filiera su questo tema e CVA, che potrebbe investire pesantemente sul tema, è imbrigliata nelle regole della “Madia” e l’unica opzione che la Politica sembra percorrere sembrerebbe essere il mantenimento pubblico della più importante società partecipata regionale mediante l’adozione di una norma di attuazione dello Statuto Speciale che la sottragga alle norme nazionali ed europee anziché provare a percorre la strada della quotazione in Borsa di una parte minoritaria (il 25/30%) mantenendo il controllo pubblico e consentendo alla nostra azienda elettrica di crescere sul mercato mondiale.

Per affrontare questi temi così importanti occorre consolidare l’accordo tra il polo “autonomista” e l’Alleanza di centrosinistra che ha vinto le elezioni al Comune di Aosta e che governa la Regione.

L’Unità del fronte progressista è stato un valore aggiunto nelle recenti elezioni comunali e regionali ma se non si apre – in fretta – un dibattito serio sulle prospettive politiche future del centrosinistra in Valle quel risultato rischia di diventare un “unicum” che difficilmente potrà replicarsi (non dimentichiamo, infatti, le condizioni favorevoli con le quali sono maturati quei risultati, primo tra tutti la mancanza alle elezioni regionali e comunali di ADU e la mancanza alle elezioni comunali della Stella Alpina). Per quanto mi riguarda l’unità dei progressisti ha un senso in quanto riesca ad incidere sul governo della nostra Regione affrontando i tanti nodi sul tappeto e dando una prospettiva di uscita dalla crisi. Se l’unità blocca ogni possibile riforma per veti incrociati perde la sua utilità. Se vogliamo quindi che l’ottimo risultato delle elezioni regionali della lista PCP possa fungere da stimolo per il Governo regionale ma possa essere percepito come l’elemento che prova a “federare” le forze della galassia di centrosinistra (una sorta di gauche plurielle come quella che sostenne i governi francesi di Jospin nella seconda metà degli anni ’90). Poiché allo stato attuale il Progetto civico progressista è solo una lista elettorale io credo si debba provare ad immaginare un percorso politico che ci porti, nel tempo, alla creazione di un unico soggetto, plurale, che possa ripresentare la sinistra in Valle d’Aosta. E da questo punto di vista credo che non sia saggio accelerare i tempi e bruciare le tappe: serve un ampio dibattito ed una fase costituente. L’orizzonte temporale è la legislatura regionale. L’obiettivo è strutturare un contenitore unico del centrosinistra per il 2025, ma nel frattempo risulta indispensabile coagulare e consolidare la lista PCP dotandola di un meccanismo federale di natura politica.

Ad oggi ci sono 3 raggruppamenti politici che hanno dato vita al progetto di PCP: Rete Civica, il Partito Democratico della Valle d’Aosta e Area Democratica / Gauche Autonomiste. Per costruire un luogo di discussione e di scelta politica tra i soggetti che compongono PCP bisogna costruire un contenitore dove ciascuno si senta a casa propria e ciascuno possa mantenere la sua autonomia. E questo risultato lo si può ottenere soltanto se si mantengono due principi federali molto chiari:

  • ogni gruppo/movimento/partito è posto sullo stesso piano. Come nei senati federali gli stati membri sono rappresentati in modo uguale indipendentemente dalla popolazione, qui le tre forze politiche devono essere rappresentate in modo uguale indipendentemente dal consenso elettorale di ciascuno;
  • la convivenza interna dovrebbe tendere il più possibile all’unanimità senza che ci sia una prevaricazione di un gruppo sugli altri. Nelle rare ipotesi in cui si debba decidere e prendere una posizione dovrebbe vigere il principio della doppia maggioranza qualificata, come avviene in Europa. Maggioranza delle persone e maggioranza dei gruppi o partiti politici.

In questo modo si può iniziare un percorso positivo che ci potrebbe portare alla costruzione di un unico contenitore, con tempi e modi da decidere insieme. E tale meccanismo potrebbe essere tutelante anche per altri soggetti che vogliono entrare in PCP (penso, ad esempio, ad ADU).

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